Il nostro modo di affrontare il dolore abbraccia reazioni così differenti. A volte ci diciamo, davanti ad una persona che vive un forte dolore, almeno reagisce bene. Oppure non riesce a farsene una ragione. C'è chi viene marchiato a fuoco da una perdita, da un evento e da allora tutta la sua esistenza è condizionata a quel dolore. In questo libro il dolore si veste di morte, "fa la faccia della morte". Appena quindicenne il protagonista, di cui nell'ultima parte del libro si conosce solo il nome che lui stesso sceglie come nome d'arte, perde entrambi i genitori... la discesa per lui è inevitabile, non prova neanche ad avere una reazione, "Il giorno in cui mia madre morì pensavo ad altro". La narrazione è così dannatamente introspettiva, così minuziosa che ad un certo punto si ha la sensazione di essere quel dolore, sulla lingua senti l'intorpidimento del flunitrazepam non diluito, ti sanguina il naso, ti sembra di scorgere te stesso nell'angolo di una stanza dove si scattano foto per una rivista porno. Tu sei lì che guardi nascosto quegli amplessi e non ne provi vergogna. La poesia e la musica cantano nenie spietate adagiando il protagonista in una culla, solo, sotto una tempesta e il livello narrativo si fa profondo e commovente: "Mi interessava la poesia. Perché potevo leggerla per una pagina e chiudere il libro senza dovermi chiedere come sarebbe andata a finire. Perché era a frammenti, come la mia vita. Perché sapeva raccontarmela in modo aspro, senza la compassione che si dà a chi non sta bene. Aprendone squarci improvvisi. Perché cercava la verità e non il successo. Perché la vera poesia è crudele. Perché la vera poesia fa male". E qui si cerca un commiato simile a quello di Georg Trakl che esplode in un delirio allucinato, tutto il dolore delle nascite e "il furioso lamento delle loro bocche in frantumi". Il finale troppo clemente non toglie quasi nulla alla bellezza struggente di questo viaggio.
La vita oscena
«Questo libro brucia. Brucia tra le mani di chi lo ha scritto. Dopo anni continua a bruciare.» Uscito per la prima volta nel 2010, La vita oscena è rimasto sin da allora un tizzone che non ha mai smesso di ardere. È il doloroso romanzo di formazione di un ragazzo che osserva il mondo colorato dalla propria infanzia mentre questo gli crolla addosso; ma è anche il racconto, sincero e violento, di una ricerca della purezza all'interno dell'oscenità più sfrenata. C'è una linea d'ombra al centro di questa storia. Subito prima ci sono i cartoni animati alla tv, una madre un po' hippy che indossa lunghe vesti a fiori, le capriole nei prati, i gelati buonissimi, un padre che canta spensierato i jingle di Carosello mentre guida a cento all'ora. Subito dopo c'è la malattia della madre, i capelli che cadono per la terapia, le preghiere davanti ai lumini accesi nei santuari, una cantina piena di giocattoli rotti, il padre che dal nulla mette l'auto in sosta e «fa la faccia della morte», la scomparsa di entrambi, una dopo l'altro; la solitudine di scoprirsi d'improvviso orfano e adolescente. Da quel momento per il protagonista si apre una sorta di iniziazione all'abisso: un viaggio nelle viscere della propria giovinezza che inizia con l'abuso di alcol e droga, attraversa un incendio e culmina nell'abbandono a un irrefrenabile desiderio sessuale. Con la scrittura autentica e sospesa, in quest'opera Aldo Nove riesce a ritrarre l'esistenza come un interrogativo bruciante al quale sembra impossibile dare risposte: un gioco inesauribile di attesa e consumo, dove il corpo si svuota diventando merce per gli altri e riduce i corpi degli altri a merce per riempire il proprio vuoto. Ma forse è scavando proprio là dove il rogo scalda di più che si può imparare a convivere con le fiamme.
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Anno edizione:2026
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