Un'opera che presenta vari racconti, anche se uno è quello più corposo. Un'opera insolita, che presenta la città partenopea in modo non convenzionale, né edulcorato. Da leggere.
Il mare non bagna Napoli
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Al suo primo apparire, nel 1953, "Il mare non bagna Napoli" sembrò a molti inserirsi in quel filone che allora e dopo venne chiamato «neorealismo». Era tutt’altra cosa. Nato dall’incontro della scrittrice con quella città – che era e non era la sua – uscita in pezzi dalla guerra (un incontro che fu insieme un addio: a Napoli la Ortese non tornerà, in seguito, praticamente mai), il libro è la cronaca di uno spaesamento. La città ferita e lacera diventa infatti uno schermo sul quale l’autrice proietta ciò che lei stessa definisce la propria «nevrosi»: una nevrosi metafisica, una impossibilità di accettare il reale e la sua oscura sostanza, la cecità del vivere, un orrore del tempo che ogni cosa corrode e divora – e insieme il riconoscimento del «cupo incanto» della città, del mondo. Tutto il libro, con la sua scrittura «febbrile e allucinata» e al tempo stesso rigorosissima, è un grido contro questo orrore, da cui lo sguardo – come quello della bambina Eugenia il giorno in cui mette gli occhiali, nel primo, indimenticabile racconto – vorrebbe potersi distogliere: e non può. La presente edizione è accompagnata da due testi del tutto nuovi e preziosi, scritti dall’autrice ripensando questo suo libro: per il lettore saranno la guida più sicura.
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Autore:
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Editore:
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Lingua:Italiano
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Recensioni pubblicate senza verifica sull'acquisto del prodotto.
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Raffaele 19 luglio 2026Bel libro
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Lapoliti 06 luglio 2026Miseria senza nobiltà
Questo libro è stato un pugno nello stomaco. La miseria, l'abisso dell'animo umano in alcuni contesti è stata una lettura quasi violenta, difficile da mandare giù. L'autrice bravissima, le storie narrare restano davvero impresse
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Luigi 01 giugno 2026Quasi una perversione scritta solo per letterati.
Paura del nuovo, paura di una nuova prospettiva di vita, paura di vedere veramente com’è la vita che lei vive. La lettura avanza tra i vari capitoli e descrizioni superflue alla narrazione ed arrancando si arriva alla seconda parte, dove si introducono ricordi personali della scrittrice e che costituisce una sorta di labirinto di amicizie con certi "intellettuali" napoletani, allora suoi amici (Compagnone, La Capria, Rea, Prisco, Prunas) che vengono raffigurati in una sorta di sterile impotenza di fronte ai mali che affliggono quella città, una generazione di sconfitti (cui lei stessa sa di appartenere, e così diventa un affresco amaro). Si potrebbe definire un libro neorealista perché ci porta nei luoghi più poveri di Napoli. Ma lo squallore del contesto napoletano, con le descrizioni snervanti nei vari racconti, è fortemente in contrasto con le descrizioni che fanno altri scrittori d’allora e anche ultimamente. Si rimane stordito e deluso, perché la quantità sproporzionata di informazioni porta a viaggiare dentro Napoli ma poi l’autrice si perde nella descrizione dei minimi dettagli anche inutili.
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