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Cronache di poveri amanti - Vasco Pratolini - copertina
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Cronache di poveri amanti - Vasco Pratolini - copertina

Descrizione


Pratolini diceva che via del Corno era la sua Aci Trezza, la sua epica popolare. Il romanzo che le dedicò nacque mentre l'autore lavorava con Rossellini: aveva il cinema neorealista "addosso" e lo trasferì su pagina, facendo della Firenze degli anni Venti l'icona indimenticabile di un mondo dolente ma vivo, dove la speranza era ancora accesa.

«Pratolini trasforma via del Corno nell'archetipo della viuzza povera, dove si invecchia in fretta perché si brucia la vita»dalla prefazione di Walter Siti

Via del Corno è troppe cose per essere solo una strada: in quei cinquanta metri privi di marciapiedi e di interesse, esclusi dal traffico e dalla curiosità, ci si può imbattere nel meglio e nel peggio del mondo, in cuori e cervelli malati di ossessioni e desideri, ma soprattutto nell'autenticità di un gruppo di persone che usa dire "noi". Via del Corno "è tutta udito", e anche quando le finestre sono chiuse, le vicende, le rivalità, gli amori di uomini e donne si intersecano, si mischiano, trapassano da muro a muro. Finché, inevitabilmente, si confondono con il secolo e i suoi eventi: il Duce, il regime, la violenza politica, la repressione. Pratolini diceva che via del Corno – e lui la conosceva bene, per averci abitato da ragazzo – era la sua Aci Trezza, la sua epica popolare. Il romanzo che le dedicò nacque mentre l'autore lavorava con Rossellini alla sceneggiatura di Paisà: aveva il cinema neorealista "addosso" e lo trasferì su pagina, facendo della Firenze degli anni Venti l'icona indimenticabile di un mondo dolente ma vivo, dove la speranza era ancora accesa. Prefazione di Walter Siti.

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Dettagli

2012
Tascabile
10 marzo 2011
XXVIII-431 p., Brossura
9788817061087

Valutazioni e recensioni

Renzo Montagnoli
Recensioni: 5/5

Via del Corno, a Firenze, è una strada lunga al più una cinquantina di metri, senza marciapiedi, isolata dal traffico, popolata quasi esclusivamente da un proletariato che spesso non ha nemmeno gli occhi per piangere, ma che è percorso da un desiderio di amore che si trasforma, spesso e volentieri, in infedeltà. In questo rione chiuso nulla sfugge e si può dire che ognuno dei suoi abitanti sappia tutto dell’altro, anche perché qualcuno spesso mette in piazza i fatti suoi, per trovare più che consenso, conforto. Il romanzo è ambientato negli anni in cui il fascismo, salito al potere, getta la sua maschera di aspirante alla democrazia assumendo le vesti tipiche della dittatura, con l’introduzione delle Leggi speciali. In via del Corno si nasce, si cerca di vivere e si muore, ci sono due antifascisti e due fascisti, e questi ultimi faranno valere drammaticamente la legge del più forte. Le pagine in cui il compagno Maciste, insieme a Ugo, corre per Firenze con il suo sidecar per mettere in guardia gli oppositori del fascismo sono di una maestria indiscutibile, perché sono rappresentazione filmica; in un crescendo di tensione la morte di Maciste, colpito da un proiettile sparato da un fascista, commuove e al contempo indigna, perché il personaggio è il classico gigante buono e proprio per questo lotta per un mondo più giusto e migliore. A via del Corno i suoi abitanti hanno tutti una personalità ben precisa e Pratolini li descrive in modo mirabile, sono figure che parola dopo parola vengono a comporsi davanti agli occhi del lettore e sono tutti protagonisti, nel bene e nel male. Non ci sono individui complessi, fatta eccezione per la Signora, l’ex tenutaria di bordelli, invecchiata e ormai fuori dal giro, in possesso di un buon gruzzoletto, disperatamente sola, ma attratta irresistibilmente dalle ragazze giovani; è una fredda calcolatrice a cui piace dominare, tutta intenta, nonostante l’infermità che la costringe quasi sempre a letto, ad architettare piani diabolici con cui rovinare il malcapitato di turno, in un trionfo del male che sembra essere ormai l’unico scopo della sua vita. In via del Corno nascono nuovi amori, altri finiscono, c’è gente sposata che ha l’amante, e questo sembrerebbe l’origine del nome della via, ma le corna non hanno nulla a che fare con il corno. Eppure, tranne i due fascisti e la Signora, i personaggi, a loro modo, finiscono con il diventare simpatici e si riesce perfino a cogliere quel loro senso della vita, che è proprio dei poveri, perché chi manca di tutto o quasi trova conforto solo nell’amore, che può essere delirio dei sensi, ma anche comunione di sentimenti, affetti profondi. Sono figure che restano scolpite nella memoria, senza che tuttavia una fra tutte incida di più, perché in fondo la coralità del romanzo fa sì che volti e figure appaiano e scompaiano, si sovrappongano, si uniscano, e alla fine non è difficile accorgersi che l’autentica protagonista è proprio lei, via del Corno, come l’aveva conosciuta Vasco Pratolini, che non troviamo su quel selciato, che pure a suo tempo ha calcato, ma è il burattinaio che muove i fili dei ricordi, che rinnova l’affetto per chi lì ha condiviso con lui parte della sua vita. L’autore soleva dire che via del Corno, in cui aveva abitato da ragazzo, era la sua Aci Trezza, il suo quadro di un’epica popolare, di un mondo ormai lontano, ma rimasto nel cuore, un mondo in cui, nonostante l’orrore di un regime sanguinario e crudele, circolava ancora un filo di speranza, quella speranza che come una brace sotto la cenere sarebbe tornata ad ardere più avanti nel tempo. Per me è un capolavoro.

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Alessandra Borghi
Recensioni: 5/5

Ho letto questo romanzo negli anni del liceo, e ogni tanto lo rileggo. Amo immaginare le sveglie che la mattina risuonano in via Del Corno, l’alba velata,la vita che ricomincia ogni mattina. E col sorgere del sole,in quella stretta via senza marciapiede a due passi dagli Uffizi, riprendono le ciarle giornaliere, i giochi dei bambini, le sofferenze dei malati, la noia e il lavoro quotidiano. Ma anche le grandi passioni e le miserie umane, sullo sfondo della Firenze degli anni del Regime. Romanzo appassionante, che ti rimane dentro.

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Vasco Pratolini

1913, Firenze

Scrittore italiano. Di famiglia operaia, è costretto a interrompere gli studi e svolge mestieri diversi per potersi mantenere.Autodidatta, entra in contatto con l’ambiente degli artisti e degli scrittori che gravitano attorno al pittore Ottone Rosai, frequentandone la casa.Pratolini comincia a collaborare al periodico «Il Bargello» e diviene redattore con Alfonso Gatto, nel 1938, della rivista «Campo di Marte». Nel 1951 si trasferisce a Roma, città nella quale vivrà da allora in poi.Le sue prime esperienze narrative ("Il tappeto verde", 1941; "Via de’ magazzini", 1941; "Le amiche", 1943; "Cronaca familiare", 1947) compongono il ritratto di un'infanzia e di una giovinezza piuttosto picaresche.Il registro adottato, sin da quelle prime...

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