Io adoro fare i puzzle. Per me Natale non è Natale se Babbo Natale non mi porta un nuovo puzzle da costruire! E' un gioco che mi rilassa e mi diverte. Prendo una tessera, la rigiro tra le mani, la osservo, cerco di comprendere quale sarà il suo ruolo nell'insieme, la sua collocazione. A volte lo comprendo in un attimo e istantaneamente va al suo posto, altre volte il suo aspetto non lo riconosco e il suo posto nel quadro finale rimane oscuro, e allora la metto da parte per riprenderla poi, successivamente, quando il quadro avrà preso una forma più definitiva e chiara. E' un gioco di pazienza certosina, ma alla fine ogni tassello inevitabilmente trova la sua collocazione nel disegno finale che va componendosi poco alla volta e che, credetemi, è sempre un capolavoro. E poco importa se fin dall'inizio sapevo cosa sarebbe apparso, perché il piacere vero sta proprio nell'analizzare tassello per tassello, pennellata per pennellata, ogni singolo elemento. Ed ogni pennellata è una storia a sè, che trasmette un po' dell'amore, della sofferenza, delle inquietudini dell'artista. Questo libro è così.
I detective selvaggi
Una specie di falso poliziesco, o di sarcastico on the road, a cavallo di due tempi in cui avrebbe potuto succedere tutto, il tempo delle avanguardie artistiche e il tempo della gioventù "alternativa" anni Sessanta e Settanta. Arturo Belano e Ulises Lima, sedicenti poeti e piccoli trafficanti, adepti di un'improbabile ed estrema avanguardia, il "realvisceralismo", cercano in America Latina la mitica fondatrice della loro avanguardia, Cesárea Tinajero, creatrice di un'unica composizione inedita e scomparsa nel nulla in anni distanti. Vita e opinioni raccontate, avanti e indietro nel tempo. Due momenti si incardinano l'uno nell'altro: al presente dei due detective che inseguono le tracce di Cesárea, in compagnia di un diciassettenne alla scoperta del sesso e di una prostituta adolescente in fuga dal suo protettore, seguono gli indiretti resoconti, vent'anni dopo, di testimoni che conobbero Arturo e Ulises e sanno che fine fecero. Un vagabondare irrequieto in cui ogni evento, ogni personaggio sembrano sdoppiare indefinitamente le possibilità della vita, senza che nessuno riesca alla fine ad afferrarne alcuna. E si può leggere come la metafora di una generazione, ma anche come l'epica iconoclasta e feroce di un continente il cui spirito si esprime al meglio nelle finzioni borgesiane e nelle desolate solitudini dei "macondo". E finzioni e macondo sembrano vivere entrambi nelle invenzioni di Bolaño, fatte di apocrifi e verità storiche indistinguibili, di futili grandezze e magnifiche miserie.
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Anno edizione:2009
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