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Dio è nato in esilio - Vintila Horia - copertina
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Dio è nato in esilio
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Descrizione

Esiliato da Augusto ai confini orientali del nascente Impero Romano, sull'attuale Mar Nero, Publio Ovidio Nasone affida la propria amarezza alle pagine di un diario. Le Metamorfosi, il suo capolavoro, hanno lasciato un vuoto nella coscienza, e gli dèi sembrano aver abbandonato il mondo. Ma proprio qui, nella terra dei Geti, il poeta coglie i primi bagliori di un nuovo culto e prepara il suo spirito a un ultimo, imprevisto cambiamento. Attraverso la figura di Ovidio - diviso tra la disillusione e il sarcasmo, il desiderio e la poesia - Vintila Horia tenta di elaborare l'angoscia dell'esilio a cui lo aveva costretto il regime comunista in Romania. L'intreccio di esperienza personale e dimensione letteraria rendono "Dio è nato in esilio" un'opera in cui la scrittura diventa testimonianza, il lirismo denuncia politica e la singolarità di un'esistenza storica assume un significato universale. Nel 1960 il libro vinse il Premio Goncourt, che Horia rifiutò in seguito a una campagna denigratoria orchestrata contro di lui dal governo romeno.
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2015
28 gennaio 2015
235 p., Brossura
9788869440182

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Antonio Dobellini
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L'autore immagina gli ultimi anni di vita dello scrittore latino Ovidio, esiliato da Augusto in Dacia, l'odierna Romania, sul Mar Nero. Il romanzo è scritto in forma di diario, è quindi Ovidio che parla in prima persona. Il racconto presenta l'iniziale forte desiderio dello scrittore di ottenere la grazia di Augusto per poter così abbandonare una cittadina ai confini dell'Impero, circondata da barbari. Ben presto, però, lo scrittore comincia a conosce la lingua dei Geti, ne impara gli usi e comincia a cogliere lo stato di profondo decadimenti in cui versa ormai l'Impero. La morte di Augusto e l'ascesa al potere di Tiberio non modificano le cose. Ovidio torna a riflettere su quanto insegnato dal filosofo Pitagora, comincia ad interessarsi alla religione dei Geti, monoteisti che sembrano non temere la morte perché alba di una nuova vita. La conoscenza di Flavio Capitone soldato romano, disertore, gli schiude la conoscenza di un mondo fatto della cura della terra e di uno stile di vita libero dalle oppressioni dell'Impero. Lo stesso centurione Onorio, che aveva il compito di controllare il suo esilio, si mostra sempre più diffidente verso lo stile di vita romano. Dokia, la sua domestica geta, sembra essere una delle poche persone a sapergli dare serenità. Lo stesso oste Erimone, che viene dallo scrittore aiutato a conquistare la giovane Lydia, col tempo gli si allontana. Non accetterà i suoi consigli, non vorrà rimanere con l'anziana moglie, essendo ormai del tutto invaghito da Lydia. In tutto questo Ovidio ottiene da Onorio la possibilità di compiere una sorta di pellegrinaggio presso un santuario dei geti, dove lo scrittore, in un'ambientazione bucolica, incontrerà un anziano sacerdote che lo aiuterà a fare chiarezza sui propri dubbi esistenziali. L'incontro con Teodoro, valente medico ma dedito al vino, permette a Ovidio di approfondire la convinzione che un'epoca stia finendo e che si annunci un importante cambiamento culturale e religioso. Teodoro, infatti, gli conferma di aver assistito a Betlemme alla nascita di un bambino che alcuni magi persiani e un sacerdote geto avevano confermato essere colui che alcune profezie avevano preannunciato come il Figlio di Dio, che avrebbe instaurato, attraverso la propria sofferenza, un regno senza fine. La stessa prostituta Artemide, che confesserà una volta partita il suo amore per Ovidio, manifesta in una lettera allo scrittore lo stesso ansioso desiderio di vari suoi conoscenti circa l'arrivo imminente di un Salvatore, che superi il tragico stato di cose in cui versa l'Impero. L'opera, più che nei tentativi di ricondurre a Cristo tutta l'ansia di rinnovamento del periodo finale del governo di Augusto, si caratterizza per una bellissima analisi introspettiva della condizione dell'esiliato, dell'uomo che ha perso tutto, ma che sembra, aprendosi al nuovo e al diverso, scoprire qualcosa di più ricco che può dare risposta ad interrogativi che da troppo tempo sembravano sopiti. Nello scritto si insiste molto sull'importanza dell'ibridazione delle culture, della libertà individuale, della resistenza alle ingerenze del potere, della necessità di una vita semplice che non trascuri la cura dell'anima. Tutti questi temi sono da soli sufficienti a comprendere l'ostracismo subito dall'autore e dall'opera da parte del regime comunista rumeno. Al di là, infatti, delle precedenti posizioni politiche di Horia, vicino al governo conservatore favorevole all'asse con la Germania nazista e l'Italia fascista, l'esaltazione del popolo dacio e il discredito dell'imperialismo amorale romano non sembrarono sufficienti al regime per considerare come accettabile un'opera così melanconica ma al tempo stesso così intrisa di speranza cristiana. L'autore per quest'opera vinse il premio Goncourt, che però non gli fu assegnato a seguito della campagna di stampa avviata dalla Romania per i suoi trascorsi politici nazionalisti. L'opera è di certo adatta a tutti gli amanti dell'antica Roma, ma anche a chi è alla ricerca di un romanzo non banale e non convenzionale.

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