Innanzitutto, complimenti al nipote dell’autore, Aldo, che ci ha regalato un’immagine di copertina veramente originale: un “misto di orrorifico e di comico” che riflette la natura dei testi, come Giulio Mozzi afferma. Una Morte, il cui tronco è una fisarmonica – strumento musicale capace di evocare atmosfere struggenti, malinconiche e sempre cadenzate sul ritmo di un incessante movimento -, un motociclo che rende l’idea dell’instabilità ed un improbabile cilindro rattoppato… la dedica all’amico Valter Binagli – scrittore, insegnante e musicista – scomparso nel 2013, già lascia presupporre che l’autore considera la vita e la morte come due basilari principi, non antitetici ma compresenti. Ed ecco scorrere davanti ai miei occhi le immagini di una “raccolta di pezzi”, che si coagulano intorno al tema del morire. Dal “Recitativo” al “Preludio”, dal “Concerto” alla “Cantata” la figura paterna emerge prepotentemente dolce nel suo tratto distintivo della dimenticanza. “Io non ricordo nulla” – dice – in contrasto con la dolorosa impossibilità del figlio di seppellire la memoria. E la Morte suona la propria musica e la sua immancabile presenza s’insinua in “Operetta di giugno”, nelle “Tre invocazioni”, nella “Novella con fantasma”, che mi ricorda i temi amati dal grande Dino Buzzati. “Favola del morire” rappresenta il fulcro del pensiero di Giulio Mozzi: l’eternità può esistere soltanto per la bestia, che non sa niente della morte. “Il piede schiaccia il verme./ Il verme non lo sa./ Questa è l’eternità.” Non è, tuttavia, tanto la morte, come fatto oggettivo, a rappresentare una situazione-limite. E non lo è neanche la morte di una persona cara, sebbene rappresenti l’incrinatura più profonda nella vita fenomenica. La situazione-limite veramente decisiva rimane il “morire”, inteso come “la mia morte”, in quanto è tale che non si può conoscere per esperienza, ma soltanto attraverso l’immaginazione. La brillante postfazione di Lorenzo Marchese contribuisce a riflettere con lucidità sul pensiero di Giulio Mozzi, che offre al lettore prospettive dell’essere e del morire filosoficamente stimolanti. Angela Rizzo
Favole del morire
Quindici anni dopo "Il culto dei morti nell'Italia contemporanea", Giulio Mozzi raccoglie in "favole del morire" un piccolo gruppo di testi scritti tra il 2003 e il 2014 nei quali ha continuato a esplorare, secondo le sue parole, "ciò su cui medito tutti i giorni: non la morte, ma il morire". Nulla di consolatorio o di edificante, peraltro, in questo libro che fin dalle sue scelte formali - un andirivieni continuo tra prosa, teatro, verso; un lessico brutale; una sovrapposizione sfrontata di tragico e comico - può sconcertare il lettore. Chi vorrà addentrarsi nelle lettura, incontrerà alla fine del testo la più paradossale delle dichiarazioni di fede (o, forse, di scetticismo radicale): "Questa è la speranza: un'immaginazione".
-
Autore:
-
Editore:
-
Collana:
-
Anno edizione:2015
Recensioni pubblicate senza verifica sull'acquisto del prodotto.
Le schede prodotto sono aggiornate in conformità al Regolamento UE 988/2023. Laddove ci fossero taluni dati non disponibili per ragioni indipendenti da Feltrinelli, vi informiamo che stiamo compiendo ogni ragionevole sforzo per inserirli. Vi invitiamo a controllare periodicamente il sito www.lafeltrinelli.it per eventuali novità e aggiornamenti.
Per le vendite di prodotti da terze parti, ciascun venditore si assume la piena e diretta responsabilità per la commercializzazione del prodotto e per la sua conformità al Regolamento UE 988/2023, nonché alle normative nazionali ed europee vigenti.
Per informazioni sulla sicurezza dei prodotti, contattare productsafety@feltrinelli.it