È un libro crudo. Di quella crudezza che a me piace, perché non fa sconti e non mette ordine dove ordine non c’è. Mi ha fatto male. E mi ha fatto bene. Mi è piaciuto tantissimo quel suo non concedere al mondo la comodità del bianco e del nero. Il bianco non è tutto bianco, il nero non è tutto nero. E in mezzo c’è tutta quella zona grigia, inquieta, dolorosa, terribilmente umana, dove il bene e il male si sfiorano, si confondono, a volte si scambiano di posto. E allora una scelta sbagliata non è più soltanto una scelta sbagliata. Dietro c’è qualcosa. Una ferita. Una paura. Una mancanza. Una storia che non conosciamo. E io quella cosa lì l’ho sentita forte: il bisogno di andare a cercare quel qualcosa. Di indagarlo. Di conoscerlo. Di provare, almeno, a comprenderlo. Non per assolvere. Non per dire che tutto va bene. Ma perché capire è l’unico modo che conosco per guardare davvero le cose. E poi c’è la vita, quella vita che nel libro non è mai delicata. È una cosa a cui ci si aggrappa con le unghie. La si graffia, la si morde con i denti. Si cade, ci si rialza, ci si fa male, e qualche volta si continua semplicemente perché non c’è altro da fare che continuare. Ci ho trovato dentro una poesia cruda. Una poesia che non nasce dalla bellezza, ma dalle crepe. Dalle brutture. Da tutto quello da dui normalmente vorremmo distogliere lo sguardo. E forse è proprio questo che mi ha lasciato. La voglia di apprezzare anche le brutture, perché anche loro hanno qualcosa da raccontare. Un perché che va cercato, conosciuto, qualche volta compreso.
Furia
«Alla sua età alcuni amici erano già sposati e con figli, furbi abbastanza da farsi assumere alla Montecatini e blindare un posto sicuro da operaio. Lui, invece, non aveva niente. Viveva con il padre e il fratello, si presentava in officina senza darsi una regola, non era capace di stare con una ragazza per più d’un paio di settimane e adesso non gli restava nemmeno l’auto per correre.»
Brindisi, 1981. Teo Furia ha quindici anni, è un ragazzo irrequieto, giovane stella della pallacanestro locale. Suo fratello maggiore Carmine è stato un pilota automobilistico e ora, sospeso dalle competizioni ufficiali, trova nelle corse clandestine un modo facile per fare soldi. Per entrambi lo sport potrebbe essere la strada per un futuro migliore, ma è anche il terreno accidentato su cui va in scena il loro fallimento. E per entrambi la famiglia è un dolore, perché la madre è morta all’improvviso e il padre Silvan, meccanico dei contrabbandieri, sembra non pensare troppo ai figli. Tutto precipita quando Bruno, un criminale legato in passato a Silvan, esce dopo sei anni dal carcere. Seguendo gli ordini dello Zio, un misterioso capo, Bruno s’impegna a mettere insieme un gruppo che estrometta i napoletani dal contrabbando delle sigarette, le «bionde», in Puglia. È l’alba della Sacra Corona Unita. Dopo un vano tentativo di coinvolgere Silvan nel suo progetto, Bruno avvicina Carmine e Teo e li usa come strumento di pressione contro il padre. La famiglia si dividerà per sempre? O quel cognome che li unisce, quella furia che li lega, avrà la meglio? Andrea Martina ci consegna un romanzo che emoziona e va veloce, un noir sotto il sole del Meridione, in bilico tra violenza e speranza.
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Anno edizione:2024
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serena 08 settembre 2026Crudo
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