Laudario - Andrea Rossetti - copertina
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Laudario
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Descrizione


Sin dal suo titolo, “Laudario” rimanda a un orizzonte semantico al tempo stesso mistico e terreno; esso è infatti una sorta di canzoniere per il – ma non del – “finis terrae”, nel quale la memoria trova un approdo significativo, vasto, generoso, ma anche teneramente cedevole, in quanto incapace di domare, cancellandole, le reviviscenze di una smania vitale affatto primitiva, di una giovinezza trascorsa e tuttavia mai davvero perduta e quindi forse imperdibile. Nella prima “Vigilia” (il sostantivo rimanda agli uffici notturni degli antichi salteri monastici e racconta di uno stato incorrotto di anticipazione e di attesa), intitolata “Aglaia” (la splendente tra le Cariti o Grazie, messaggera prediletta di Afrodite), la silloge trova una sorta di ouverture. Aglaia è mito amoroso, è idealizzazione dell’amore in quanto origine della vita ma è anche senhal, una figura retorica caratteristica della poesia provenzale che consiste nell’uso di un appellativo fittizio per nascondere il nome di una persona reale. La seconda “Vigilia” si intitola “Vanità degli approdi” e introduce tra i versi il dubbio, il vortice lento della vanità, la prima foschia consapevole di un’amarezza disincantata (non a caso, secondo l’esempio della “Vita Nuova” mediato da “Le Spleen de Paris” di Baudelaire, contiene anche incisi di prosa poetica): l’ideale prende corpo, assume per intero e senza scuse il peso dei suoi molti nomi, si rende responsabile di fronte alla vita oramai originata, quindi in pieno corso d’opera e di morte, e in ripetuti battesimi l’amore cresce e si moltiplica, mettendosi di volta in volta a disposizione di un destino. Il libro si chiude con l’ultima “Vigilia”, “Le derive sommerse”, nella quale la vita soccombe in versi alla propria risacca e alla fatalità inclemente e assoluta della solitudine. Qui la poesia si fa esangue, si dà e si nega per crescente sottrazione, fino al grado zero dell’austerità più assoluta, che è quella del bisbiglio, del sussurro, della solitudine promessa almeno e finalmente, quale sua verità, alla parola. I componimenti di “Laudario” cantano la contrazione galvanica della vita quale inutilità dolorosa, e quindi la sua dissipazione nel tradimento di ogni più schietta aspettativa, il nichilismo panico, l’amore carnale celebrato come ebbrezza compulsiva e quello ideale invece sommesso, di certo grave e solenne eppure appena sfiorato. Riflessi nello specchio dolcemente tagliente della parola in musica dei versi – la scelta della metrica classica è infatti tutt’altro che casuale – l’odiosità della vita, il suo orribile vuoto, la sua paurosa insensatezza, la marcia vanità del quotidiano, si lasciano andare in forma di canzoniere forse a fin di bene. La scrittura è la mistificazione della verità nella parola, giacché ciò che di quella rimane, la sua essenza grafica, non è della parola stessa che segno, alfabeto, grammatica, sintassi. Mancano la voce, il suono, l’origine, il verso, il teatro. Tutto è già epocale, inaugurato, scelto. La verità nella parola è sempre un istante prima, quando essa mostra sé stessa senza dire. La verità della parola è nel silenzio che la precede e nel suono che l’accompagna e in cui infine si perde, come nei melismi gregoriani e nei gorgheggi operistici mozartiani o rossiniani. Ciò che di solito si definisce scrittura creativa non è in realtà che la celebrazione notarile di un’autoreferenzialità più o meno ben concepita. La poesia è altro: essa non può prescindere dall’abbandono, dall’insipiente esuberanza di una deriva.

Dettagli

17 giugno 2026
114 p., Brossura
9791257144791
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