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Napoli mon amour
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Napoli mon amour - Alessio Forgione - ebook
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Descrizione


Amoresano vive a Napoli, ha trent’anni e non ha ancora trovato il suo posto nel mondo. Le sue giornate passano lente, tra la vita con i genitori, le partitedel Napoli, le serate con l’amico Russo e la ricerca di un lavoro. Dopo l’ennesimo, grottesco colloquio, decide di dare fondo ai suoi risparmi e di farla finita. Un giorno, però, incontra una bellissima ragazza e se ne innamora. Questo incontro riaccende i suoi desideri e le sue speranze: vivere, essere felice, scrivere. E incontrare Raffaele La Capria, il suo mito letterario. Ma l’amore disperde ancora più velocemente energie e risorse, facendo scivolare via, un centesimo dopo l’altro, i desideri ritrovati e le speranze di una vita diversa.Alessio Forgione racconta una Napoli afosa e livida di pioggia, cinerea come la Hiroshima del film. E con una lingua incalzante, sonora, intessuta di tenerezza, firma il suo esordio, un romanzo di formazione lucido e a tratti febbrile, che ha il ritmo di una corsa tra le leggi agrodolci della vita e i chiaroscuri dell’innocenza.Questo libro è per chi ama l’odore dell’asfalto bagnato dalla pioggia, per chi si è tuffato nell’acqua di diamante del mare di Procida, per un primo bacio che suona come Brown sugar dei Rolling Stones, e per chi ha capito l’immensità blu di perdere tutto, in un solo momento, come lasciare un bagaglio su un treno in partenza.
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Dettagli

Testo in italiano
Tutti i dispositivi (eccetto Kindle) Scopri di più
223 p.
9788894938142

Valutazioni e recensioni

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Rossella R.
Recensioni: 3/5
Amarostico

Luoghi e situazioni sono descritti alla perfezione: per chi ha vissuto (vive) a Napoli è come tuffarsi nella quotidianietà, nelle nostre abitudini di vita. Non ho empatizzato con il protagonista, ma devo ammettere che il suo personaggio è coerente e fortemente caratterizzato.

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Francesca Colantoni
Recensioni: 5/5

“Guardai le persone nel vagone, poi una volta sceso, quelle in strada. Aspettavano il verde del semaforo e mi sembravano tutte migliori di me, perché loro avevano un lavoro ed io invece no. Perché tutti avevano un posto in questo mondo. Tutti eccetto me.” (p.17) Lo scrittore napoletano, Alessio Forgione, ha esordito nel 2018 con questo romanzo intimista e dirompente, che squarcia il velo sulla generazione dei trentenni in lotta perenne con la realtà dei nostri tempi: dura e flessibile, che non fa sconti a nessuno, soprattutto nel meridione. Un popolo questo, frustrato, disperato e senza prospettive per il futuro, che vive ai margini di una società che non si accorge della sua esistenza e tra cui alcuni elementi, come nel caso della nostra storia, si stordiscono di alcol insieme agli amici nei bar del centro storico, spendendo i pochi soldi che hanno in tasca. In realtà non è né un romanzo corale, né ha un intento politico di rivendicazione per il fallimento di un’intera generazione, ma, bensì, vuole raccontare la storia di un unico personaggio che può essere identificato, senza timore di sbagliare, con lo scrittore medesimo. E’, quindi, un romanzo, al contempo, autobiografico e di formazione. Autobiografico poiché si rintracciano nel testo alcuni indizi che riconducono al narratore medesimo: come il quartiere da dove proviene e dove abitavano sua nonna e suo nonno, ex operaio dell’Italsider (Bagnoli); quello dove vive ora (Soccavo); i tatuaggi; l’amore per lo scrittore Raffaele La Capria; la voglia di scappare e di farsi una nuova vita a Londra. E’, inoltre, un romanzo di formazione perché il suo protagonista (che si muove tra il quartiere di Soccavo e il centro storico di Napoli) e la sua storia (di costante ricerca di un’occupazione) crescono attraverso tre fasi fluide, scandite dall’inesorabile e ossessivo countdown del suo conto corrente: “Perché chi non ha niente riesce solo a pensare di non avere niente. Non c’è molto altro” (p.78). Amoresano è quasi trentenne, ha due lauree (in Scienze politiche e Sociologia) e un ex lavoro da sottoufficiale sulle navi da crociera, che l’ha portato per sei anni a solcare il Mediterraneo e a conoscere sia l’inglese sia lo spagnolo. Si trova a vivere, di nuovo, con i genitori e se il tifo per il Napoli fa da collante e stimola un dialogo con il padre, lo stesso non accade con la madre con la quale, per le difficoltà lavorative, la comunicazione si è esaurita da tempo. “(…) pensai che non avevo mai davvero preso in considerazione l’ipotesi di andare via. Che avevo provato a costruire delle cose, a farle crescere per crescerci sopra anch’io, come se mi spuntassero da sotto i piedi, ma che era anche tanto tempo, troppo, che tutto s’era bloccato. Provai orrore al pensiero che forse mi ero seduto sul ciglio della strada ad aspettare che le cose accadessero o che qualcuno si fermasse a raccogliermi” (p.11). Impegna le sue giornate, quindi, tra la ricerca frustrante di un lavoro dignitoso che non c’è, attraverso colloqui assurdi e spesso umilianti, e la preparazione, senza troppa fantasia, dell’esame per un concorso pubblico. Esce, frequentemente, con il suo amico Russo, disoccupato come lui, con il quale fa grande uso di alcolici, come birra e vodka tonic o unicum, passando da un bar all’altro. Nella prima fase questo suo stato di perenne precarietà gli crea frustrazione e una latente disperazione che non scompare mai. Non c’è niente per cui valga la pena vivere e il futuro, lontano e incerto, lo spinge verso una condizione di perenne indolenza. “Dentro mi comparve una pena che poi crebbe, inarrestabile. Per me stesso, per il mio presente e per quello che sarebbe stato il mio futuro (…)” (p.17). Poi con un approccio insolito e spericolato, conosce una bellissima ragazza ventenne, Nina, che studia, ama la lettura e ha delle ambizioni. Lei gli rivoluziona la vita, seppur per un brevissimo tempo, cambiando le sue prospettive e alimentando in lui la convinzione che il mondo possa regalargli anche cose positive come l’amore e la scrittura, che vorrebbe fosse il suo lavoro principale. “Pensai che non potevo smettere proprio nel momento in cui avevo cominciato a vivere, nonostante tutto lo sperperio di soldi che comportava. (…) E allora mi dissi che volevo tutto, volevo Nina e volevo il suo amore, volevo tutte le birre del mondo e anche altre cose che lì per lì non mi venivano in mente e che avrei fatto qualcosa per ottenerle. Volevo la vita e decisi di prendermela (…)” (p.145). Questo slancio vitale però gli costa molto caro, minando irreparabilmente il suo conto corrente. “(…) pensai che forse la povertà era quella cosa lì: essere felici, ma sapere che quella felicità non sarebbe durata a lungo, perché mentre durava ed esisteva c’era già qualcosa di nocivo, nel resto del mondo, nel resto della propria vita, nell’aria e anche nella felicità, che minava la felicità stessa” (p.138). Amoresano cerca, nell’ultima fase della storia, la sua realizzazione nell’amore ma, avendo una concezione immatura dello stesso, non vede la propria felicità nel successo dell’altro. “Le dissi che a deludermi era l’impossibilità che qualcosa, per una volta, funzionasse con facilità; che mi sarebbe piaciuto riuscire in qualcosa con naturalezza, come se ci fossi nato, senza dover faticare” (p.174). Quest’atteggiamento insieme alla differenza d’età crea incomprensioni quotidiane che minano inesorabilmente il rapporto di coppia. “Con la coda dell'occhio lo vidi sfilare, lento e poi più veloce e non capii cosa, esattamente cosa, ma a bordo di quel treno lasciammo molte cose, tutto, probabilmente tutto quello che c'era stato e quello che sarebbe potuto essere. E tutte queste cose filarono spedite, assieme al treno, integre e tristi, ammucchiate e senza nome, irriconoscibili perché l'una sull'altra, singole componenti di un solo bagaglio. Ci accorgemmo subito di averle perse (…) Ma il tempo era passato, così come il treno, ci era passato vicino per andare lontano. E non ritrovammo più niente.” (pp.186-187). Questa storia parla all’anima di ognuno di noi. E’ un libro malinconico e intriso di tristezza (Valeria Merlini, Panorama). Chi, forse pochi chissà, ha provato nella vita questa precarietà esistenziale? “Pensai che il mondo non mi voleva e che io non volevo lui” (p.54). In Amoresano, la cui cifra è il pessimismo e l’indolenza, possiamo rintracciare frammenti della nostra vita. Quel buio, che alle volte si trasforma in abisso, e in cui siamo finiti per una qualunque causa almeno una volta nella nostra vita, determina una patina sui nostri occhi e sul nostro cuore che non ci fa vedere la bellezza del mondo, anche nelle piccole cose, distorcendo il nostro sguardo e le nostre emozioni. In lui, invece, anche gli elementi naturali sono visti in funzione delle sue sensazioni: e allora se la neve ha proprietà lenitive e coprenti per celare il senso di colpa, il mare non è una consolazione, ma un limite fisico che fa sentire il protagonista braccato. La salvezza però, come ci insegna Amoresano, o si trova dentro di noi, per la paura di perdere le cose e le persone che amiamo, o non si trova per nulla. “Scrissi e provai a rendere ogni virgola uno schiaffo e ogni punto un pugno. Ogni volta che andavo a capo, doveva essere uno sputo in faccia, a chi mi leggeva e alla vita, che mi aveva costretto a scrivere quello che stavo scrivendo” (p.184). Sono piacevolmente colpita da quest’opera prima. Con un linguaggio informale, semplice e piano, ma a tratti lirico e ricco di citazioni, l'autore sembra fare la cosa più naturale del mondo: scrivere. Evidentemente ce l'ha nel sangue. Complimenti!!!!

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Alessio Forgione

Alessio Forgione è nato a Napoli nel 1986. Scrive perché ama leggere e ama leggere perché crede che una sola vita non sia abbastanza. Il suo romanzo d’esordio, Napoli mon amour, (NN Editore) ha vinto il Premio Berto 2019 e il Premio Intersezioni Italia-Russia; in corso di traduzione in Francia e Russia, verrà portato in scena al Teatro Mercadante di Napoli con la regia di Rosario Sparno. Nel 2020, sempre per l'editore NN, esce il suo secondo romanzo, Giovanissimi.

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