È proprio un lessico famigliare quello della Ginzburg: senza affettazioni né retorica spicciola sulla condizione ebrea, ci presenta la sua famiglia così com’è, con i vizi e le virtù proprie di una comune famiglia, anche se comune non è: i Levi appartengono all’alta borghesia piemontese, a quell’intellighenzia che ha animato la cultura italiana negli anni trenta e annovera nel proprio ambiente conoscenze come Sion Segre, Adriano Olivetti e Cesare Pavese. La Ginzburg registra le vicende dei suoi cari – alcune tragiche – con apparente distacco, come se volesse consegnare ai posteri non un romanzo ma un documento, un diario che avesse (ed in effetti possiede) valore storico. È così che la narrazione creativa cede il passo alla verità oggettiva, il pathos ad una sorta di neutralità di sentimenti. Voto 4,5.
Lessico famigliare
Vincitore Premio Strega 1963
«Nel corso della mia infanzia e adolescenza mi proponevo sempre di scrivere un libro che raccontasse delle persone che vivevano, allora, intorno a me. Questo è, in parte, quel libro: ma solo in parte, perché la memoria è labile, e perché i libri tratti dalla realtà non sono spesso che esili barlumi e schegge di quanto abbiamo visto e udito.»
Lessico famigliare è il libro di Natalia Ginzburg che ha avuto maggiori e piú duraturi riflessi nella critica e nei lettori. La chiave di questo straordinario romanzo è delineata già nel titolo. Famigliare, perché racconta la la storia di una famiglia ebraica e antifascista, i Levi, a Torino tra gli anni Trenta e i Cinquanta del Novecento. E Lessico perché le strade della memoria passano attraverso il ricordo di frasi, modi di dire, espressioni gergali. Scrive la Ginzburg: «Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all'estero: e non ci scriviamo spesso. Quando c'incontriamo, possiamo essere, l'uno con l'altro, indifferenti, o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase, una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia. Ci basta dire "Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna" o "De cosa spussa l'acido cloridrico", per ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole».
In appendice la Cronistoria di «Lessico famigliare» a cura di Domenico Scarpa e uno scritto di Cesare Garboli.
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Edizione:1
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Anno edizione:2014
Recensioni pubblicate senza verifica sull'acquisto del prodotto.
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ormos 16 gennaio 2026
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JANKA 03 gennaio 2026Una famiglia, una lingua, una Storia che crolla
Lessico famigliare è più di un romanzo: è un diario della memoria, scritto per ondate, come funzionano i ricordi quando vengono alla luce. Natalia Ginzburg non racconta seguendo una linea retta; piuttosto, asseconda il movimento della memoria, che si sofferma su un dettaglio, una frase, un modo di dire, per poi saltare avanti di anni in poche righe, quasi con pudore. Questo andamento irregolare è insieme il grande pregio e il limite del libro. Ci sono pagine densissime, ricche di nomi, dialoghi, descrizioni minuziose di come una persona parla, si veste, si muove; subito dopo, intere vite vengono liquidate in poche frasi: un lavoro, un matrimonio, dei figli. Questa mancanza di linearità narrativa rende la trama meno compatta e, a tratti, impedisce un coinvolgimento totale. Eppure il libro funziona, e funziona bene. Perché al centro non c’è la trama, ma il mondo familiare, con il suo lessico condiviso, fatto di frasi, espressioni, piccole ossessioni che diventano un rifugio identitario. È proprio quel linguaggio a tenere insieme tutto, anche quando il mondo esterno cambia e crolla. Sul fondo scorre la Storia dell’Italia, e non solo: dagli anni successivi alla Prima guerra mondiale fino alla fine della Seconda. È affascinante osservare come la comunità ebraica e antifascista della famiglia Levi passi da una posizione centrale e vitale a una progressiva marginalità. Le amicizie si diradano, le libertà si restringono, i soldi diminuiscono, qualcuno è costretto a fuggire. Le leggi razziali del 1938 non vengono raccontate direttamente, ma se ne avverte il peso devastante, come una frattura irreversibile. Resta il lessico, unico spazio di resistenza e riconoscimento: basta una frase – “Che asino che sei” – per tornare a casa. Un libro bello, importante, da leggere per capire e comprendere. Non un dieci pieno, ma un solidissimo nove su dieci.
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Barbie. 22 dicembre 2025Va letto.
Questo è uno dei libri che "va letto". Magari il linguaggio è un po' lontano da quello contemporaneo, abbondano le "spiegazioni" di quello che, oggi, verrebbe piuttosto mostrato a mo' di sceneggiatura, ma è comunque un classico che non può mancare in una libreria.
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