La vicenda di Luca Marano che impegna la sua parola per un riscatto dei poveri contadini e viene tradito da una donna furba e avventuriera sembrerebbe chiudere la possibilità di qualsiasi riscatto di una infima classe sociale, ma è proprio il sacrificio di questo inconsapevole sindacalista a dare un tenue barlume di speranza, perché forse, solo uniti, si può giungere alla meta. In Signora Ava il periodo storico era antecedente di più di mezzo secolo, al momento culminante del processo di unificazione dell’Italia, con le speranze spezzate delle classi più deboli; in questo romanzo invece il paese è già unito, è da poco uscito dalla Grande Guerra, anche questa infarcita di promesse non mantenute, e corre l’anno 1922, quello della marcia su Roma e dell’avvento del fascismo. La povera gente della Marsica, oltre ad avere come nemica la miseria, la tracotanza dei capitalisti e del mondo finanziario, l’indifferenza di uno stato sempre più prono di fronte al potere economico, ora ha un nuovo pericolo, il fascismo appunto, mano armata di chi da sempre comanda per conservare la propria posizione di privilegio. In questo romanzo corale, in cui la ribellione dei contadini traditi non è armata se non dalla pacifica occupazione delle terre promesse, da loro faticosamente dissodate in virtù della promessa di essere concesse in enfiteusi, promessa disattesa, la trama, i protagonisti, perfino l’ambiente e l’atmosfera formano un grandioso quadro d’insieme che non è solo lo spaccato di un’epoca, ma è il pianto disperato di chi soffre da sempre senza riscatto. Forse qualcuno potrebbe trovare una matrice politica, un’ispirazione socialista, ma la visione di Jovine esula da qualsiasi preconcetto, è l’urlo di dolore di chi rivendica la dignità di essere umano, è la descrizione impietosa di una condizione di sudditanza, è la narrazione dell’anelito di una moltitudine a una vita migliore. Le terre del Sacramento è assolutamente da leggere.
Le terre del Sacramento sono quelle di un feudo incolto della Chiesa, confiscate dal novello Stato dopo l'Unità, e rocambolescamente approdate in mano alla "Capra del Diavolo", un possidente velleitario e impenitente giocatore. Ma i protagonisti del romanzo sono Luca Marano - "un ragazzo di vent'anni, agile e aitante, di chioma nera e di fresco incarnato" -, che si mette alla testa dei braccianti per rivendicare dapprima col lavoro e poi con l'occupazione il possesso di quelle terre, e Laura, la scaltra moglie del proprietario, che prima promette ai contadini un contratto di enfiteusi e poi li abbandona alla violenza degli squadristi. Luca morirà proprio su quei campi maledetti, ma il suo coraggio e il suo esempio lasciano intravedere una possibilità di riscatto. Apparso postumo nel 1950 e subito insignito del Premio Viareggio, "Le terre del Sacramento" riscosse unanime consenso di critica e di pubblico. Come in "Signora Ava", l'altro grande romanzo di Jovine, pubblicato nel 1942, la scena è il Mezzogiorno, con i suoi notabili accidiosi e inquieti, i cafoni miseri e sfruttati, e i preti divisi tra il privilegio e la paura. Ma questa volta il tempo non è più quello lirico-fiabesco di "gnora Ava"; la miseria e le lotte per la terra non sono più quelle ataviche e immutabili d'impronta verista: le ultime pagine di Jovine trasudano lacrime e sangue, quelle del primo dopoguerra, segnato dall'avvento del fascismo e dai manganelli delle camicie nere.
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Renzo 05 marzo 2022Su la testa
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