Rapsodia irachena è uno di quei libri che ti lasciano addosso una pesantezza continua. E il problema, almeno per me, è che questa sofferenza incessante non riesce mai davvero a trasformarsi in qualcosa di narrativamente potente o emotivamente catartico. Diventa soltanto oppressiva. Il romanzo racconta, senza fare sconti, il dramma dell’Iraq degli anni sotto la dittatura di Saddam Hussein attraverso la vita di personaggi travolti dalla guerra, dalla repressione e dalla distruzione progressiva di ogni normalità. L’intenzione dell’autore è chiarissima: mostrare come violenza, dittatura e conflitti possano demolire lentamente non solo i corpi, ma anche la psiche delle persone. Il problema è che il libro, pagina dopo pagina, sembra incapace di concedere al lettore anche il minimo respiro. È un accumulo continuo di dolore, disperazione e degradazione umana. Non tanto “forte”, quanto emotivamente sfiancante. La parte finale, poi, mi ha lasciato sinceramente perplesso durante la discussione nel Gruppo di Lettura. Alcuni partecipanti avevano interpretato il finale come positivo, mentre per me era evidente il contrario: il protagonista, ormai distrutto fisicamente e psicologicamente dalle torture subite, si rifugia in una vera e propria allucinazione mentale. Non c’è alcuna rinascita, nessun lieto fine. C’è soltanto una mente spezzata che tenta disperatamente di fuggire dalla realtà. Ed è forse proprio questo il limite principale del romanzo: il dolore diventa talmente totalizzante da togliere profondità emotiva invece di aggiungerla. Dopo un po’ non colpisce più, ma anestetizza. Riconosco l’importanza dei temi trattati e il valore della testimonianza storica e politica contenuta nel libro. Però, personalmente, l’ho trovato un romanzo troppo cupo, troppo sbilanciato verso la sofferenza e incapace di costruire un vero equilibrio narrativo.
Rapsodia irachena
Il 23 agosto 1989, il ministero dell'Interno iracheno viene informato che nel corso di un inventario eseguito nella sede del Comando centrale della Polizia di Baghdad è stato trovato un manoscritto in un archivio. Scarabocchiato a matita, risulta essere il diario di un giovane detenuto di nome Furat. Dal manoscritto scopriamo che era uno studente di Lettere e poeta alle prime armi, dotato di uno spirito sardonico e corrosivo, arrestato un bel giorno di aprile mentre guardava il cielo di Baghdad seduto su una panchina ad aspettare Arij, la sua fidanzata. Furat rievoca l'incubo delle carceri del regime e, in parallelo, la sua vita quotidiana fino all'arresto: l'adolescenza, la famiglia, l'università, la dittatura, la guerra Iraq-Iran, le partite di calcio allo stadio, i primi amori. Racconta di un Iraq impossibile, dove il regime è ovunque, nella vita pubblica come in quella privata, dell'isteria del dittatura baathista, così simile al nostro fascismo. Solo nel finale, ambientato in una Baghdad apocalittica e deserta, sembra profilarsi una speranza, ma forse è solo un'illusione, un miraggio. Un ritratto emozionante della vita nell'Iraq di Saddam Hussein, una miniatura delle sofferenze degli iracheni, dai baathisti a Bush.
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Anno edizione:2010
Recensioni pubblicate senza verifica sull'acquisto del prodotto.
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ANDRICCI 29 maggio 2026Rapsodia irachena: quando la tragedia diventa estenuante
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GIACOMO LONGHI 24 dicembre 2010
I temi della letteratura araba contemporanea, ahimè, sono spesso cupi, e per forza, date le contingenze. Tuttavia ci sono libri, come questo, che sanno raccontare storie di oppressione calibrando gli argomenti e filtrandoli con ironia. Ottima la traduzione, fluente e ricco l'italiano, finalmente si chiede anche un po' di partecipazione al lettore e non viene spiegato tutto. Io alla fine l'ho comprato perché mi piaceva la copertina.
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