Ugo Giramondi è un uomo doppiamente prigioniero: della sua cella, a scontare la sua condanna, per duplice omicidio, del quale non ricorda nulla; del suo silenzio, nel quale è piombato dopo aver assistito alla morte dell'amato nonno, capostipite dell'imprenditorialità di famiglia, cui lui stesso, Ugo, ha posto fine, troncando ogni aspettativa anche del padre. Il silenzio, anche indotto da questo suo sopravvenuto mutismo, funge da cassa di risonanza del tempo e dei sensi di colpa, che, arcigni, lo attanagliano nella sua doppia prigionia: il non aver potuto fare nulla, da bambino, per salvare il nonno; l'aver distrutto le aspettative del padre, sul futuro della loro ferramenta, venduta a una multinazionale d'oltralpe. Nel tempo dilatato della prigione, c'è spazio per il racconto del passato e dei protagonisti che lo hanno animato: a ciascuno è dedicato un fotogramma, un momento, un ricordo, per valorizzare ruolo e unicità. Poi, giunge la dinamica processuale; quella per accertare una verità, tra tante ipotesi: tra l'arringa di un PM "famelico" di palcoscenico e quella morigerata, ma coraggiosa, dell'Avvocato Alfio Rinaldi, "il più bravo penalista che c'è a Milano". Finanche la sentenza non disvela la verità, così arditamente segretata dietro a tutta la coltre di silenzio. Sino a una svolta inattesa. L'impresa che era di famiglia naviga in cattive acque; la casa madre francese punta a dismetterla: riaffiora nel Giramondi l'animo del "Chiodo" (come veniva, scherzosamente, apostrofato nonno Giandomenico). Butta giù un piano imprenditoriale futurista e lungimirante, si riappropria, dalla sua cella, di quel futuro, che, anni prima, aveva deciso di rifiutare. Si riappacifica anche con quel passato, con il tormento delle sue colpe troppo intime, anche per essere espresse a parole. La prima condanna è stata scontata. Poi, arriva anche la seconda "riabilitazione", quella più attesa, che gli riconsegna il dono della parola. Da uomo, se non ancora libero, innocente.
La regola del silenzio
Nel suo esordio come romanziere, Oscar Farinetti sceglie di scavare dentro il cuore dell’amicizia, dell’ambizione, dell’amore. Scandito in tre tempi – la giovinezza, il processo, il carcere – La regola del silenzio si legge come un thriller ma è anche una grande storia sul coraggio e la tenacia necessari per dare vita a una grande impresa. Al centro della scena un protagonista straordinario che, guidato dalla saggezza dei grandi scrittori di ogni tempo, trasforma la nostalgia di un passato che non può tornare in nuova energia per dare vita a un tempo tutto nuovo.
Ugo Giramondi era un bambino come tutti gli altri fino al giorno della morte del suo adorato nonno “Chiodo”, stroncato da un infarto sotto i suoi occhi nel magazzino della grande ferramenta di famiglia. Da quel giorno Ugo perde la facoltà di parlare in modo fluente: la sua mente è più che mai viva, ma lui si esprime verbalmente con estrema parsimonia. Il suo silenzio enigmatico e un po' “beota”, che molti considereranno un handicap, gli consente tuttavia di sviluppare un'acutezza dei sensi che sarà la sua arma segreta, quella di chi sa auscultare dettagli che gli altri trascurano. Anziché fare di lui un ragazzo chiuso negli spazi familiari, il silenzio rende Ugo fin dagli anni del liceo il punto di riferimento di un gruppo di amici affiatati e destinati a rimanere legati per sempre. Ma il ticchettio della vita è destinato a spezzarsi dolorosamente una seconda volta il giorno in cui Ugo viene trovato, privo di sensi, sulla scena di un crimine spaventoso, che lo priva di ciò che ha di più caro eppure che avrebbe ottime ragioni per aver commesso.
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Anno edizione:2025
Recensioni pubblicate senza verifica sull'acquisto del prodotto.
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Antonio Poso Zurlo 15 novembre 2025
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M.S. 22 ottobre 2025Bello
Molto bello. Lo consiglio per una lettura differente da quanto ci ha abituati Farinetti
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