Le prime frasi del libro:
UTOPIA E DISINCANTO
Nel
Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere Leopardi mostra la struggente vanità di attendere, alla fine di ogni anno, un anno più felice di quelli passati, anch'essi attesi ogni volta nella fiducia che avrebbero arrecato una felicità che invece non hanno mai portato. Quel breve testo immortale del grande poeta italiano, così inesorabile nella diagnosi del male di vivere, è tuttavia esente dal facile pessimismo apocalittico di tanti retori odierni, compiaciuti di annunciare continuamente disastri e di proclamare che la vita è solo vuoto, errore e orrore. Il dialogo leopardiano è invece pervaso da un timido amore per la vita e da una ritrosa attesa di felicità, che vengono smentiti dal succedersi degli anni ma continuano a vivere, con timore e tremore, nell'animo e fanno sentire il dolore e l'assurdità tanto più fortemente del pathos catastrofico.
Quei pensieri e quello sgomento dinanzi alla svolta dell'anno si affacciano con ben maggiore intensità quando a finire - e rispettivamente a iniziare - non è solo un anno e nemmeno un secolo, bensì un millennio. Il calendario sbandiera un'inflazione di anniversari e ricorrenze, dal giubileo millenario dell'Austria al bicentenario del Tricolore italiano al fatidico esordio del Duemila - simboliche svolte epocali, grandi Archi di Trionfo del Tempo, spettacolari scenografie del Progresso e della Caducità. Alla vigilia del Mille c'erano alcuni - ma meno numerosi di quanto spesso si ami credere - che aspettavano la fine del mondo; nei momenti più bui della guerra fredda si temeva l'apocalisse nucleare, l'incubo del
day after. Alle soglie del Duemila non c'è alcun pathos della fine, ma certamente il senso profondo di una trasformazione radicale della civiltà e dell'umanità stessa e dunque il senso di un'indiscutibile fine non del mondo bensì di un secolare modo di viverlo, di concepirlo e di amministrarlo.
Già negli ultimi anni del secolo scorso,
Nietzsche e
Dostoevskij avevano intravisto l'avvento di un nuovo tipo d'uomo, di uno stadio antropologico diverso - nel modo di essere e di sentire - dall'individuo tradizionale, esistente da tempo immemorabile. Nel suo
Übermensch Nietzsche non vedeva un "Superuomo", un individuo potenziato nelle sue capacità e più dotato degli altri, bensì, secondo la definizione di Gianni Vattimo, un "Oltre-uomo", una nuova forma dell'Io, non più compatto e unitario bensì costituito, com'egli diceva, da un'"anarchia di atomi", da una molteplicità di nuclei psichici e di pulsioni non più imprigionate nella rigida corazza dell'individualità e della coscienza. Oggi la realtà, sempre più "virtuale", è lo scenario di questa possibile mutazione dell'io.
Nietzsche stesso diceva che il suo "Oltre-uomo" era strettamente affine all'"Uomo del sottosuolo" di Dostoevskij. Entrambi gli scrittori scorgevano infatti nel loro tempo e nel futuro - un futuro che è in parte ancora tale pure per noi, ma in parte è già il nostro presente - l'avvento del nichilismo, la fine dei valori e dei sistemi dei valori, con la differenza che per Nietzsche, come ricorda
Vittorio Strada, si trattava di una liberazione da festeggiare e per Dostoevskij di una malattia da combattere. Nell'inizio di millennio che è alle porte, molto dipenderà dalla scelta che la nostra civiltà farà tra queste due posizioni: se combatterà il nichilismo o lo porterà alle estreme conseguenze.
"Il vecchio secolo non è finito bene", scrive
Eric J. Hobsbawm nel suo
Secolo breve, aggiungendo che esso, per usare l'espressione di
Eliot, finisce con una roboante esplosione e con un fastidioso piagnisteo. Altri vedono in questi cento anni soprattutto la terribilità - il "terribile secolo Ventesimo", il suo primato di ecatombi e di stermini, operati con una mostruosa simbiosi di barbarie e razionalità scientifica. Sarebbe tuttavia ingiusto dimenticare o sottovalutare gli enormi progressi compiuti nel secolo, che ha visto non soltanto masse sempre più vaste di uomini raggiungere condizioni umane di vita, ma anche un continuo estendersi dei diritti di categorie emarginate o ignorate e una presa di coscienza sempre più vasta della dignità di tutti gli uomini, presente anche là dove sino a ieri non si sapeva o non si voleva riconoscerla, anche nelle forme di vita e di civiltà più diverse dai nostri modelli.
È delittuoso dimenticare le atrocità del secolo di Auschwitz, ma non è lecito scordare le atrocità commesse nei secoli passati senza che la coscienza collettiva se ne accorgesse e ne avesse rimorso. Credere fiduciosamente nel progresso, come i positivisti dell'ottocento, è divenuto ridicolo, ma altrettanto ottuse sono l'idealizzazione nostalgica del passato e la magniloquente enfasi catastrofica. Le nebbie del futuro che incombe richiedono uno sguardo reso, nella sua inevitabile miopia, un po' meno miope dall'umiltà e dall'autoironia.
Quest'ultime mettono in guardia dalla tentazione di abbandonarsi al pathos delle profezie e delle formule epocali, che fanno presto a diventare comiche, come la famosa frase secondo la quale nel 1989 sarebbe finita la Storia, frase che già allora poteva trovar posto solo nello
Sciocchezzaio di
Flaubert. L'Ottantanove, all'opposto, ha scongelato la Storia rimasta per decenni in frigorifero e questa si è scatenata, in un groviglio di emancipazione e regressione, spesso unite come le facce di una medaglia. Il principio di autodeterminazione, che afferma la libertà, scatena conflitti sanguinosi che conculcano la libertà altrui; un altro esempio del corto-circuito di progresso e regresso è costituito dall'incremento economico e dallo sviluppo della produzione che provocano una diminuzione di occupazione, accrescendo il numero di coloro che sono esclusi da un tenore accettabile di vita e creando quindi le premesse, ammonisce
Dahrendorf, per gravissime tensioni e conflitti sociali.