L' appello - Alessandro D'Avenia - copertina
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Descrizione

Un romanzo dirompente che, attingendo a forme letterarie e linguaggi diversi – dalla rappresentazione scenica alla meditazione filosofica, dal diario all'allegoria politico-sociale e alla storia di formazione –, racconta di una classe che da accozzaglia di strumenti isolati diventa un'orchestra diretta da un maestro cieco.

«L'insegnante ha imparato, fallimento dopo fallimento, che per insegnare qualcosa deve prima imparare da quel rapporto misterioso che c'è tra maestro e allievo. Deve imparare a guardare quegli occhi giovani che, come nella relazione tra i marinai e il mare, "fanno la vita e dalla vita son fatti"» - Giancristiano Desiderio, la Lettura

«Il protagonista del romanzo è un prof: si chiama Omero, è diventato cieco a causa di una rara malattia ma ha deciso di tornare dietro la cattedra come supplente di scienze (la sua passione) in una classe di alunni ufficialmente marchiati come quelli della "Quinta D, come disperati" per portarli alla maturità. In tutti i sensi» - Eleonora Barbieri, il Giornale

«Una lezione tanto luminosa da liberare gli studenti da una caverna, quella abitata dalle ombre dell'apparenza e della menzogna, e tanto viva da generare una rivoluzione» - Il Foglio

E se l'appello non fosse un semplice elenco? Se pronunciare un nome significasse far esistere un po' di più chi lo porta? Allora la risposta "presente!" conterrebbe il segreto per un'adesione coraggiosa alla vita. Questa è la scuola che Omero Romeo sogna. Quarantacinque anni, gli occhiali da sole sempre sul naso, Omero viene chiamato come supplente di Scienze in una classe che affronterà gli esami di maturità. Una classe-ghetto, in cui sono stati confinati i casi disperati della scuola. La sfida sembra impossibile per lui, che è diventato cieco e non sa se sarà mai più capace di insegnare, e forse persino di vivere. Non potendo vedere i volti degli alunni, inventa un nuovo modo di fare l'appello, convinto che per salvare il mondo occorra salvare ogni nome, anche se a portarlo sono una ragazza che nasconde una ferita inconfessabile, un rapper che vive in una casa famiglia, un nerd che entra in contatto con gli altri solo da dietro uno schermo, una figlia abbandonata, un aspirante pugile che sogna di diventare come Rocky... Nessuno li vedeva, eppure il professore che non ci vede ce la fa. A dieci anni dalla rivelazione di Bianca come il latte, rossa come il sangue, Alessandro D'Avenia torna a raccontare la scuola come solo chi ci vive dentro può fare. E nella vicenda di Omero e dei suoi ragazzi distilla l'essenza del rapporto tra maestro e discepolo, una relazione dinamica in cui entrambi insegnano e imparano, disponibili a mettersi in gioco e a guardare il mondo con occhi nuovi. È l'inizio di una rivoluzione? L'Appello è un romanzo dirompente che, attingendo a forme letterarie e linguaggi diversi – dalla rappresentazione scenica alla meditazione filosofica, dal diario all'allegoria politico-sociale e alla storia di formazione –, racconta di una classe che da accozzaglia di strumenti isolati diventa un'orchestra diretta da un maestro cieco. Proprio lui, costretto ad accogliere le voci stonate del mondo, scoprirà che sono tutte legate da un unico respiro.

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Dettagli

2020
3 novembre 2020
348 p., Rilegato
9788804734246

Valutazioni e recensioni

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ALESSIO BIGHI
Recensioni: 5/5

Questo libro parla di scuola, relazioni e conoscenza degli altri. È la storia di un professore cieco di scienze, dei suoi alunni di quinta e del suo modo di fare l’appello in classe. Parla di un’idea di scuola che formi le persone di domani e non solo la conoscenza, il sapere. Divertente, a tratti commovente, che fa riflettere sulla scuola, ma soprattutto sulla vita e sul modo di relazionarsi con chi ci circonda. Consigliato.

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GIULIO VOLPI
Recensioni: 4/5

L'incontro tra un insegnante cieco e una classe liceale difficile, alle prese con la preparazione dell'esame di maturità. Ne scaturiscono tanti spunti interessanti e ben scritti che tuttavia faticano ad uscire dalla 'lista' delle situazioni, una rassegna di casi specifici che solo verso la fine trovano una sintesi corale. Il romanzo si sviluppa su tre piani: il rapporto tra l'insegnante e i ragazzi, l'eterna discussione sull'atteggiamento della scuola nei confronti degli adolescenti e le considerazioni proprie del protagonista sui temi che scaturiscono da queste situazioni, che riguardano, la vita, le relazioni, l'amore. Sono proprio queste considerazioni, a volte un po' prolisse, che appesantiscono la lettura del romanzo, che ho terminato non senza fatica. "Vorrei che ricordaste questa favola perché riassume quello che ho imparato da voi: nascondiamo proprio ciò per cui vogliamo essere amati".

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Recensioni: 5/5

Al richiamo di questo libro si risponde per nome. Affidandosi con fiducia al potere salvifico delle parole, pronunciando il proprio nome come a riappropriarsi di identità e spessore, presenza e consapevolezza. L'appello è un ricordare a se stessi e agli altri che si sta al mondo e come e di cosa (ma anche perché) si sopravvive. È un rimando, un appunto, un rammentare che si ha un peso, che si occupa uno spazio, che tutt'intorno e per ciascuno si costruiscono e tramandano storie. Ho ritrovato in questo romanzo, fin dal prologo, quell'intuizione che ho sempre fatto mia e che - naturalmente - agli antichi non sfuggiva: il destino è nel nome. E questa folgorazione è tanto più vera se riferita al protagonista della narrazione, un professore che, a seguito della progressiva perdita della vista e per altri casi e accidenti occorsi, abbandona l'insegnamento per riprenderlo a distanza di qualche anno. E l'aspetto curioso e geniale è che quest'uomo, il quarantacinquenne insegnante di scienze, connubio genetico di scienza e mito, risponde al nome di Omero. Omero Romeo, per l'esattezza, in cui, curiosamente, cognome e nome sono l'uno l'anagramma dell'altro... Retaggio e dono della passione materna per la classicità e l'enigmistica. Confesso che fin dal prologo della storia, ormai, ne ero inesorabilmente catturata; prima ancora di percorrerne i capitoli (suddivisi nei mesi del calendario scolastico), già ne presagivo - forse languidamente pregustando - quel senso di vuoto che avrei provato una volta giunta all'epilogo, ringraziando via via in modo più convinto e riconoscente, la persona che questa storia me l'ha suggerita. Tornando a Omero, proprio a lui viene affidato l'arduo compito di traghettare fino alla fine dell'anno una classe cosiddetta "difficile", decimata - come ci dice lo stesso scrittore - "decimata in senso letterale", essendo rimasti solo in dieci: elementi sghangherati, scomodi, sventurati, casi difficili, appunto, ragazzi non ridistribuiti tra le altri classi, ma tenuti isolati, riuniti tra loro quasi ad evitare il dilagare di un contagio (dell'infelicitá?) con il loro sparpagliarsi in mezzo ai coetanei più fortunati. Riuscire a gestire questa malcapitata decina è l'incarico annuale affidato a Omero, insegnante e uomo dalla personalità brillante, spiritosa, autoironica e vivace, nonostante l'aver dovuto riprogrammare repentinamente vita e sensorialità: "Quel che è certo è che da quando sono diventato cieco la mia vita è diventata epica [...] un'occupazione a tempo pieno, senza pause. [...] Vivo allo scoperto e la vita mi sbatte in faccia come il vento: una bella giornata non è più una giornata di luce, ma di vento sulla pelle, nelle orecchie e nelle narici, perché il vento racconta. [...] Per me le cose e le persone non sono, accadono". Come rispondendo ad un appello (ad-pello: spingere verso, ma anche chiamare per nome una persona per accertarne la presenza e invocare, richiedere aiuto), Omero rimette in gioco se stesso e si getta in pasto alla situazione più temuta: riuscire a tornare ad insegnare concentrandosi non sulle sue aspettative bensì lasciando emergere, venire alla luce i propri allievi. Anche attraverso l'aiuto e la complicità della cosiddetta "zia Patri", il "lievito e il sale" di quella scuola, preparatrice del caffè più buono (e onesto e sincero), con il pungolo della lettura e della buona musica. [A me il personaggio della signora Patrizia ha ricordato, inevitabilmente, Renée de "L'eleganza del riccio", la portinaia coltissima autodidatta, che adora l’arte, la filosofia, la musica...] E poi ci sono i ragazzi, veri indiscussi protagonisti della storia, ciascuno col proprio carico di dolore, già pesante fardello nei loro appena diciotto anni di vissuto, amore, colpa, rabbia. Ciascuno con il proprio nome, foriero di esperienze e significati, attraverso il timbro della voce che lo pronuncia, il tutto unito al racconto di una storia (la propria vita), questi ragazzi sono chiamati ogni giorno dal professore non già a rispondere al canonico appello che segna l'inizio delle lezioni. Ognuno è chiamato a presentarsi, raccontarsi, insieme ad un contatto, al concedere alle mani dell'insegnante cieco di solcarne i tratti del viso con le mani divenute occhi. Alcuni dei nomi di questi studenti risuonano d'eco mitologica, come Elena, primogenita e dunque la figlia più bella e attesa; come Achille, "ma solo di nome", né irascibile né valoroso come l'eroe omerico ma dall'animo nerd e genialoide; poi c'è Ettore "il nome perfetto per chi deve morire". E, ancora, altri nomi, altri volti, altre storie: Aurora, Cesare detto 'Ruggine', Stella, Oscar, un "nome da premio", di chi farà grandi cose, Caterina, Elisa che preferisce essere chiamata Virginia come la Woolf, la sua scrittrice preferita, infine, Mattia dal "nome irregolare e vagabondo" come i poeti maledetti che predilige. Mediante la narrazione di se stessi e dall'ascolto che ne deriva, Omero può avvicinarsi al mondo dei suoi studenti, scalfendo quel muro che gli esseri umani ergono a protezione della propria interiorità ma che, in effetti, impedisce una conoscenza piena. E che, di fatto, non permette di lasciarsi amare, premessa imprescindibile per amare a propria volta. Ascolto, fiducia e libertà di credere alla possibilità d'un cambiamento, partendo dal piccolo, dall'orizzonte delle proprie miserie quotidiane. Passando per la scuola, la famiglia, la natura... fino ad arrivare al centro di se stessi. Al cuore proprio e degli altri.

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Alessandro D'Avenia

1977, Palermo

Scrittore, insegnante e sceneggiatore. Frequenta il Liceo Classico a Palermo, dove ha come insegnante di Religione padre Pino Puglisi, dal quale sarà profondamente influenzato (e alla cui figura dedicherà il suo romanzo Ciò che inferno non è). Laureato nel 2000 alla sapienza di Roma in Letteratura Greca, consegue il dottorato di ricerca in Lettere Classiche, e poi insegna Greco e Latino al Liceo. Il suo romanzo d'esordio è Bianca come il latte, rossa come il sangue (Mondadori, 2010), da cui viene tratto l'omonimo film prodotto da Rai Cinema, alla cui sceneggiatura partecipa in prima persona. Tra le altre pubblicazioni si ricordano: Cose che nessuno sa (Mondadori, 2011), Ciò che inferno non è (Mondadori, 2014) e L'appello (Mondadori,...

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