Leggere questa storia di una comunità chiusa della nostra antropologia dell'altro giorno, lascia stupiti. Gli uomini e le donne, se non sono malati nel fisico, soffrono nello spirito come se quel poco di serenità e, raramente di felicità, fosse una coperta troppo corta che danneggia a turno i personaggi. Grazia Deledda sa mettere l'amore per la sua terra nelle descrizioni dei paesaggi che si riempiono di luce e di colori, acqua che scorre, erba che cresce tra le pietre, canne che si flettono producendo fruscio, insetti che ronzano e fiori che sbocciano. Il mare, in lontananza, è più una barriera naturale a protezione, che una possibilità di comunicazione. Questi squarci di Sardegna mi hanno ricordato una certa iconografia giapponese ma, a pensarci bene, gli stessi giapponesi sono isolani.
Varrebbe la pena di sondare di nuovo la singolare riuscita di "Canne al vento" sul piano della lingua... Credo ne risulterebbero i tratti di un'opera che trova consonanza in molta produzione attuale, nella doppia funzione di conservare la distanza dalla materia narrata e, allo stesso tempo, di immergervi il lettore sotto l'aspetto emotivo, ricorrendo a espressioni locali e ad altre di carattere lirico, non in contrasto ma concorrenti a formare un sentire diffuso e persistente.
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Anno edizione:2018
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