(Bologna 1574-1640) poeta italiano. Insegnò diritto civile a Ferrara e a Bologna; soggiornò anche a Roma (dove entrò nell’Accademia dei Lincei) e presso la corte di Parma. Amico e seguace di G.B. Marino, prese le sue difese nella famosa polemica con T. Stigliani. La sua raccolta di Rime e prose (1632), più volte ristampata dai contemporanei, è uno degli esempi più vistosi di linguaggio barocco, farcito di metafore bizzarre e sorprendenti. Celebre, per l’ironica citazione che ne fa A. Manzoni nel cap. XXVIII dei Promessi sposi, il suo sonetto Sudate, o fochi, a preparar metalli; sempre nei Promessi sposi, nel cap. XXXVII, vengono riprese, ancora in chiave ironica, attribuendole a don Ferrante, le argomentazioni sulla peste esposte da A. nella lettera Sopra le presenti calamità (1630).