Leggendo Malbianco ho avuto la sensazione che il passato non sia mai davvero alle nostre spalle. Quando non lo attraversiamo, quando scegliamo di rimuoverlo, non scompare: si deposita. Nei corpi, nelle relazioni, nei silenzi che ereditiamo senza saperlo. Lì nasce la malattia, non come colpa, ma come segnale. In un presente che scricchiola — fragile, smemorato, incapace di sostare nel dolore — questo meccanismo mi è parso ancora più evidente. Anche come società sembriamo vivere di rimozioni, come se bastasse non guardare per salvarsi. Ho riconosciuto quanto la memoria, anche quella dolorosa, sia l’unica possibilità di futuro. Senza elaborazione si vive a metà, per sottrazione, come se mancasse sempre qualcosa che non sappiamo nominare. Riappropriarsi del proprio nome — della propria storia — è allora un gesto necessario, non eroico, ma vitale: significa smettere di fuggire. Il pozzo, nel romanzo, mi è sembrato il luogo in cui vita e morte si tengono insieme, dove guardare in basso non è perdersi, ma finalmente vedere. E il bosco, contro ogni paura, non uccide: salva. Perché nasconde, protegge, perché concede tempo. Forse è questo che resta a me del libro: l’idea che solo affrontando ciò che è stato rimosso, individualmente e collettivamente, si possa smettere di ammalarsi e provare, con fatica, a stare nel mondo.
Malbianco
Dai boschi di Taranto al gelo dei campi di prigionia tedeschi, Mario Desiati ci consegna un grande romanzo che indaga il rapporto tra l'individuo e le sue radici, il trauma e la vergogna, interrogando con coraggio il rimosso collettivo del nostro Paese.
I segreti e i silenzi avvolgono i protagonisti di questa storia come il malbianco infesta il tronco degli alberi. Tra i Petrovici, infatti, ci sono da sempre piú fili nascosti che verità condivise. Ma le domande del figlio che si è smarrito, e per questo si volta a guardare le proprie orme, diradano via via le nebbie di una memoria famigliare lacunosa e riluttante. Chi sono davvero i Petrovici? Da dove arrivano? E cosa c'entra con loro un'antica ninna nanna yiddish che inconsapevolmente si tramandano da quasi cent'anni? Se «di certi fantasmi ci si libera soltanto raccontandoli», prima di tutto bisogna conoscere il passato da cui proveniamo.
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Anno edizione:2026
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Formato:Tascabile
Recensioni pubblicate senza verifica sull'acquisto del prodotto.
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SerenaFiorentino 04 agosto 2026Il passato non è mai davvero alle nostre spalle
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ANDRICCI 29 marzo 2026Quando il passato diventa un parassita
Malbianco di Mario Desiati è un gran bel libro, uno di quelli che non si limitano a raccontare una storia, ma cercano di dare un senso a ciò che si eredita senza saperlo. È un romanzo che, in un certo senso, si legge al contrario. Marco convive con un malessere che non sa spiegare. A guidarlo è il nome che porta, lo stesso di altri uomini della sua famiglia, come se fosse un’eredità più pesante del sangue. Da qui nasce una ricerca: ricostruire il passato familiare per trovare una forma di pace. Quella di Desiati è una storia che scava nelle radici. Il nome diventa quasi un’entità viva, una presenza che attraversa le generazioni. Viene naturale pensare al dybbuk della tradizione ebraica: un’anima irrisolta che si attacca a chi resta, un’eredità emotiva che non si riesce a scrollarsi di dosso. Ma il cuore del romanzo è un altro: il silenzio. Famiglie che non raccontano, padri che non spiegano, verità lasciate a metà. E da questi vuoti nascono fraintendimenti, fratture, identità spezzate. Il passato non elaborato diventa una condanna. È qui che il titolo trova il suo significato più potente. Il “malbianco” è un fungo che ricopre le piante e ne cancella i colori. Nel romanzo diventa la metafora perfetta: un parassita invisibile fatto di segreti e omissioni, che si trasmette da una generazione all’altra. Marco cerca di ricostruire ciò che non gli è stato detto, ma la verità completa gli sfugge. Eppure, in questo tentativo incompleto, arriva qualcosa di più importante: una forma di riconciliazione con se stesso. La seconda parte amplia lo sguardo e completa il quadro familiare, mostrando quanto il non detto possa deformare le relazioni e creare dolore. La morale è semplice e potente: il passato va compreso, non nascosto. Perché ciò che non viene raccontato non scompare. Si trasforma. Un romanzo profondo, senza retorica, che resta dentro. Da leggere.
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PaolaS. 17 febbraio 2026Lettura faticosa ma importante
Ho faticato parecchio a leggere questo libro, che ho trovato molto pesante e ripetitivo nelle prime due parti. Ho comunque deciso di proseguire nella lettura e, alla fine, ne sono rimasta soddisfatta; infatti, le ultime due parti, la terza in particolare, hanno ricompensato tutte le mie “fatiche”, coinvolgendomi appieno nella narrazione e nella ricostruzione storica delle vicende degli “internati militari italiani”. Ho apprezzato l’approfondita ricerca storica dell’autore su vicende ancora poco riconosciute e poco raccontate, il suo stile di scrittura, così ricco ed elegante e le bellissime descrizioni di Taranto (città stupenda), dei paesi vicini e del bosco dei Petrovici. Mi è piaciuto molto, anche, il rapporto fra Marco, il padre e la zia Ada. La mia valutazione è di 3,5 su 5.
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