Il mio vero nome è Elisabeth - Adèle Yon,Sonia Folin - ebook
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Il mio vero nome è Elisabeth
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Descrizione


Tutto ha inizio con un uomo di successo, ancora sano e di mente lucida, che si getta dalla finestra. Ha pianificato ogni dettaglio: l’affitto dell’appartamento a un piano alto, la lettera che dà conto di una premeditazione lunga cinquant’anni, le chiavi di un’auto con cinque libri e una fototessera nel portabagagli. La foto di una donna anziana, lo sguardo perso e due cicatrici tonde sulle tempie. La foto di Betsy, sua madre. La narratrice non ha mai conosciuto Betsy, morta prim’ancora che lei nascesse. Della sua bisnonna sa soltanto quel poco che si dice nella loro rispettabile famiglia cattolica. Era sempre lontana, ma qualche volta d’estate tornava. Chiedeva sempre di suo marito André. Diceva cose buffe, nuotava in modo scomposto. Ha avuto sei figli. Ogni tanto gridava. Si arrabbiava da morire. Era triste. Era malata. L’hanno lobotomizzata. È un fantasma. Ma a un tratto ricostruire la storia di Betsy diventa cruciale, una questione di sopravvivenza, l’unica arma per combattere il terrore di una follia atavica. Nessuno dei parenti parla volentieri: Betsy è un buco nero che, a più di trent’anni dalla sua morte, risucchia ancora ricordi, parole, vite. È un’autentica indagine a prendere corpo in queste pagine, con testimoni, referti medici, documenti privati e pubblici, una ricerca che procede con ostinazione e coraggio verso la sconvolgente verità finale. Romanzo famigliare, atto di resistenza, gesto di riparazione, tributo alla memoria, grido di rabbia, inchiesta sociale, manifesto femminista, storia della malattia mentale, true crime: Adèle Yon ha scritto tutto questo in un solo libro, che è un’autentica rivoluzione. I parenti mi verranno a cercare incuriositi, un po’ sospettosi: Allora, pare che tu stia facendo ricerche su Betsy? Non diranno mai: sulla mamma, su mia nonna, su mia sorella. Diranno sempre: su Betsy. Ma per adesso Betsy è un nome che non si pronuncia.

Dettagli

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384 p.
Reflowable
9788854535244

Valutazioni e recensioni

  • MaRiofreddo
    RICERCA, RICORDO, RABBIA

    Non è facile definire il genere letterario: si tratta di una testimonianza accorata, di un saggio sulla chirurgia "psichiatrica", di una ricerca documentata, di una cronaca di ricordi, di riflessioni sul ruolo della donna e di tanta, tanta e giustificata rabbia. La narratrice (Adèle) ripercorre le tappe dolorose della vita della propria bisnonna Betsy (Elisabeth) che non ha mai conosciuto. n realtà Elisabeth sposò André che la costrinse a sei parti nonostante condizioni psico-fisiche critiche e, con la complicità del suocero (che si rivelerà padre esibizionista e molestatore), la fece prima internare, poi sottoporre ad una serie di terapie invasive per riportarla alla ragione, alla totale sottomissione, fino alla lobotomia, ad una lunghissima degenza in un ospedale psichiatrico e poi al ricovero in una residenza per anziani fino alla morte. Con uno stile molto personale e innovativo, l'autrice mescola le vicende di Elisabeth/Betsy con la sua paura di avere ereditato il gene della pazzia. Non si ferma di fronte a nulla e alla fine riesce a scoprire tutto il doloroso iter della bisnonna . Intervista parenti, conoscenti, medici, responsabili di archivio. Non sempre scorrevole e bilanciato il racconto è un grido di accusa (e di sincero, profondo dolore) per la condizione femminile, per i soprusi perpetrati da una società ipocrita, sessuofobica e perbenista. Non posso non rabbrividire pensando ai deliri di chi, OGGI, parla, in Italia, di "patriarcato mediterraneo". Adèle Yon trova anche il modo di collegarsi alla filmografia di Hitchcock (Rebecca) e al romanzo di Daphne du Maurier e ci regala una scena iconica e altamente simbolica quando Betsy, il giorno prima delle nozze, dimentica (?) il ferro da stiro, acceso, sopra il suo abito da sposa. Betsy, dai capelli rossi, rimarrà a lungo nella memoria di chi legge questo libro importante, da leggere e da far leggere!

  • Martina Gallo

    Il racconto si apre con un suicidio. L’uomo che si è tolto la vita ha premeditato e organizzato il suo gesto estremo nei minimi dettagli. Tra i suoi documenti viene ritrovata una piccola fotografia in bianco e nero di sua madre, Betsy, nonché la bisnonna mai conosciuta dell’autrice. In famiglia nessuno ne ha mai parlato volentieri, anzi. Tutti cercano di sviare il discorso quando qualcuno tenta di fare domande e indagare sulla vita di questa donna che si dice fosse stata pazza. Adele Yon si butta a capofitto nelle ricerche intervistando zii, cugini, conoscenti e consultando gli archivi degli ospedali presso cui la bisnonna era stata ricoverata. Scopre che Elisabeth, questo è il vero nome di Betsy, era affetta probabilmente da schizofrenia ed è stata lobotomizzata. Non manca una dettagliata digressione scientifica su questa inquietante pratica chirurgica nata negli anni ‘30 del ‘900. Inevitabilmente ci si chiede se lo scopo della lobotomia fosse la guarigione della paziente (si parla al femminile in quanto oltre l’80 per cento di queste operazioni sono state effettuate a donne) oppure l’eliminazione dei sintomi che rendevano la paziente stessa di difficile gestione. La condizione di Betsy l’ha condannata al ripudio da parte del marito, costringendola a tornare a vivere con i genitori una volta dimessa definitivamente dall’ospedale psichiatrico. Una storia spietata e potente, che lascia l’amaro in bocca e apre molti interrogativi sulla salute mentale e più in generale sulla sofferenza umana.

  • liberi leggendo blog

    Carissimi Book Lovers, oggi vi parlo di "Il mio vero nome è Elisabeth", un libro che è insieme un'indagine vera e propria e un grido di rabbia femminista, una lettura immensa che mi ha scosso fin dentro le ossa. Tutto comincia con un gesto inspiegabile: un uomo di successo, lucido e sano, si getta da una finestra. Non è un impulso, ma un piano calcolato nei minimi dettagli da cinquant'anni. Nel portabagagli della sua auto lascia solo cinque libri e una fototessera. L'immagine ritrae una donna anziana con lo sguardo perso e due cicatrici tonde sulle tempie. Quella donna è Betsy, una bisnonna che la narratrice non ha mai conosciuto. Nella sua rispettabile famiglia cattolica, Betsy è sempre stata solo un fantasma di cui non si parla: dicevano che era malata, triste, che urlava. La verità è molto più feroce: è stata lobotomizzata. L'aspetto che più mi ha colpito, e che mi ha fatto amare alla follia la struttura di questo romanzo, è come l'autrice costruisce il mistero. Non ci sono supposizioni, c'è un'ostinazione quasi scientifica. La narratrice si ritrova tra le mani quella vecchia fototessera e capisce che ricostruire la vita di Betsy non è più solo curiosità, ma una questione di sopravvivenza. Diventa l'unico modo per sconfiggere la paura profonda di una follia ereditaria, di un'ombra che sembra legare tutte le donne della stirpe. Ma i parenti non vogliono parlare. Betsy, a più di trent'anni dalla morte, è ancora un buco nero che risucchia le parole e inghiotte i ricordi. Continua sul blog...

Conosci l'autore

Foto di Adèle Yon

Adèle Yon

1994

Adèle Yon è un'autrice francese. Laureata all’Ècole Normale in studi cinematografici, è ricercatrice, scrittrice, chef. Il mio vero nome è Elisabeth è il suo esordio letterario, pubblicato in Italia da Neri Pozza nel 2026.

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