un viaggio immersivo in quel di Seoul
L' ora di greco
In una Seoul rovente e febbrile, una donna vestita di nero cerca di recuperare la parola che ha perso in seguito a una serie di traumi. Le era già successo una prima volta, da adolescente, e allora era stato l’insolito suono di una parola francese a scardinare il silenzio. Ora, di fronte al riaffiorare di quel mutismo, si aggrappa alla radicale estraneità del greco di Platone nella speranza di riappropriarsi della sua voce. Nell’aula semideserta di un’accademia privata, il suo silenzio incontra lo sguardo velato dell’insegnante di greco, che sta perdendo la vista e che, emigrato in Germania da ragazzo e tornato a Seoul da qualche anno, sembra occupare uno spazio liminale fra le due lingue. Tra di loro nasce un’intimità intessuta di penombra e di perdita, grazie alla quale la donna riuscirà forse a ritornare in contatto con il mondo. Scritto dopo «La vegetariana» e definito dal la stessa autrice «quasi un suo lieto fine», «L’ora di greco» si insinua - avvolto in un bozzolo di apparente semplicità - nella mente del lettore, come un «assurdo indimostrabile», una voce limpida e familiare che arriva da un altro pianeta.
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Autore:
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Traduttore:
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Editore:
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Formato:
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Lingua:Italiano
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Recensioni pubblicate senza verifica sull'acquisto del prodotto.
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wabisabi 18 gennaio 2026VIAGGIO
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ari 03 dicembre 2025Etereo
Per rimanere in tema, potrei dire che L’ora di greco è un romanzo etereo, immateriale, trascendentale, proprio come le idee platoniche. Con il suo linguaggio delicato, quasi alato, lascia sospesi a librarsi, senza mai mettere piede per terra, in un nebuloso iperuranio. Questa impalpabilità è secondo me a un tempo il pregio e il difetto del romanzo, o quantomeno ciò che non ha incontrato appieno il mio gusto personale, ma è coerente con il disorientamento sofferente dei due protagonisti. Da amante del greco antico, poi, ho trovato di una dolcezza disarmante che i personaggi abbiano ricercato, in questa lingua oscura ed ermetica, l’antidoto per ritrovare il loro contatto col mondo.
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vsddd 14 ottobre 2025immensa
La lingua di questo libro è una risorsa e una condanna e si concretizza in due personaggi ascetici ed ermetici, una perde l'uso della parola, l'altro la possibilità di vedere. La critica ha suggerito l'antitesi insita nella direzione relazionale di ciò che avviene nei personaggi: a lei nulla esce dalla bocca, è bloccato l'interno verso l'esterno, a lui l'opposto, è il mondo a smettere di entrare. La scrittrice crea intrecci dove sono rilevanti i sentimenti assenti. La donna vive un trauma in adolescenza e sente succedere quella cosa, indicibile, senza nome, e rifiuta sé stessa nell'abilità comunicativa ed espressiva. Da adulta il lutto e la perdita dell'affidamento del figlio le rinnovano il sintomo negativo, l'estinzione della voce. L'incontro sarà affidato allo studio di una lingua estinta, il greco antico, insegnata da un bizzarro professore borgesiano e votato all'assurdo. “I frammenti di ricordi si muovono generando immagini. Senza alcun contesto. Senza una coerenza complessiva o un senso. Si sparpagliano e poi in un attimo si raccolgono con un movimento secco. Come migliaia di farfalle che smettono all'unisono di battere le ali.
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