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Nationality Letteratura: Italia
La testa perduta di Damasceno Monteiro
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La testa perduta di Damasceno Monteiro - Antonio Tabucchi - copertina
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testa perduta di Damasceno Monteiro

Descrizione


Un truce fatto di sangue. L'inviato di un giornale popolare di nome Firmino. Un avvocato anarchico e metafisico, ossessionato dalla Norma Base, che assomiglia a Charles Laughton. L'antica e affascinante città di Oporto. Un romanzo che sotto le apparenze di un'inchiesta costituisce una riflessione sull'abuso e sulla giustizia.
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Dettagli

11
2012
Tascabile
27 dicembre 2012
239 p., Brossura
9788807880513
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Indice


Le prime frasi

Manolo il Gitano aprì gli occhi, guardò la debole luce che filtrava dalle fessure della baracca e si alzò cercando di non fare rumore. Non aveva bisogno di vestirsi perché dormiva vestito, la giacca arancione che gli aveva regalato l'anno prima Agostinho da Silva, detto Franz il Tedesco, domatore di leoni sdentati del Circo Maravilhas, ormai gli serviva da vestito e da pigiama. Nella flebile luce dell'alba cercò a tentoni i sandali trasformati in ciabatte che usava come calzature. Li trovò e li infilò. Conosceva la baracca a memoria, e poteva muoversi nella semioscurità rispettando l'esatta geografia dei miseri mobili che la arredavano. Avanzò tranquillo verso la porta e in quel momento il suo piede destro urtò contro il lume a petrolio che stava sul pavimento. Merda di donna, disse fra i denti Manolo il Gitano. Era sua moglie, che la sera prima aveva voluto lasciare il lume a petrolio accanto alla sua branda con il pretesto che le tenebre le davano gli incubi e che sognava i suoi morti. Con il lume acceso basso basso, diceva lei, i fantasmi dei suoi morti non avevano il coraggio di visitarla e la lasciavano dormire in pace.
-Che fa El Rey a quest'ora, anima in pena dei nostri morti andalusi?
La voce di sua moglie era pastosa e incerta come di chi si sta svegliando. Sua moglie gli parlava sempre in geringonça, un miscuglio di lingua dei gitani, di portoghese e di andaluso. E lo chiamava El Rey.
Rey di una bella merda, ebbe voglia di replicare Manolo, ma non disse niente. Rey di una bella merda, certo, una volta sì che era il Rey, quando i gitani erano onorati, quando la sua gente percorreva liberamente le pianure dell'Andalusia, quando fabbricavano monili di rame che vendevano nei villaggi e il suo popolo vestiva di nero con nobili cappelli di feltro, e il coltello non era un'arma di difesa in tasca, ma solo un gioiello d'onore fatto d'argento cesellato. Quelli sì, erano i tempi del Rey. Ma ora? Ora che erano costretti a vagare, ora che in Spagna gli rendevano la vita impossibile, e in Portogallo, dove si erano rifugiati, forse ancora di più, ora che non c'era più possibilità di fabbricare monili e mantiglie, ora che dovevano arrangiarsi con piccoli furti e accattonaggio, che cazzo di Rey era lui, il Manolo? Il re di una bella merda, si ripeté. Il municipio gli aveva concesso quel terreno pieno di cartacce al margine della cittadina, alla periferia delle ultime villette, lo aveva concesso proprio come un atto di carità, ricordava bene la faccia del funzionario comunale che firmava la concessione con un'aria condiscendente e insieme di commiserazione, dodici mesi di concessione a un prezzo simbolico, e che il Manolo se lo ricordasse, il municipio non si impegnava a costruire le infrastrutture, acqua e luce nemmeno a parlarne, e per cacare che andassero nella pineta, tanto i gitani c'erano abituati, così concimavano il terreno, e attenzione, perché la polizia era al corrente dei loro piccoli traffici e teneva gli occhi bene aperti.
Re di una bella merda, pensò Manolo, con quelle baracche di cartone coperte di zinco che durante l'inverno scoppiavano di umidità e durante l'estate erano forni. Le grotte di Granada asciutte e linde della sua infanzia non esistevano più, quello era un campo profughi, anzi, un campo di concentramento, si disse il Manolo, re di una bella merda.

Valutazioni e recensioni

Clarita
Recensioni: 4/5
Attuale

Tragicamente attuale, questa breve scritto fa nascere riflessioni importanti sul rapporto giustizia/Stato. Impossibile non far propria la causa, anche grazie alla stramba figura dell'avvocato che, pur perdendosi in discorsi etici e metafisici, ci crede fino alla fine.

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 Wittov
Recensioni: 5/5
Un'emozione unica, una profonda riflessione

Tabucchi, con questo romanzo, continua ad essere uno dei più significativi narratori del novecento italiano. La descrizione cruda e, a tratti, feroce della morte del giovane Damasceno Monteiro rendono la lettura un'esperienza unica. il libro è scandito da un alternarsi di narrazioni avventurose di un giovane giornalista, desideroso di mettersi in gioco, e di riflessioni condotte dai personaggi su temi di natura filosofica, teoria psicanalitica, teoria politica e altro ancora. Ma, a dominare nel libro, è il tema della giustizia sociale, la denuncia di un corpo dell'arma che troppo spesso, come accade in molte parti del mondo, non riesce a rimanere all'interno dei limiti della legalità e commette i più efferati crimini, forte della protezione di uno stato sempre più assente.

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StefaniaS
Recensioni: 5/5
Storia di abusi ed altre amenità

Tratto da una storia vera, Tabucchi col ritrovamento del corpo di Damasceno Monteiro più che un thriller ci offre spunti di riflessione quanto mai attuali: l'abuso di potere di alcuni componenti delle forze di polizia, la connivenza con la malavita, a volte, da loro gestita e l'incapacità, anche per paura di ritorsioni, da parte del potere giudiziario di condannare i potenti di turno. Un bel libro.

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Conosci l'autore

Antonio Tabucchi

1943, Pisa

Scrittore italiano, autore di romanzi, racconti, saggi, testi teatrali. Considerato una delle voci più rappresentative della letteratura europea, i suoi testi sono tradotti in tutto il mondo. «Tabucchi ci ha raccontato – come lui nessuno – quando il mondo accelera o decelera, quando il mondo si stanca.» Alberto RolloDurante gli anni dell'università viaggia per tutta Europa sulle tracce degli autori conosciuti attraverso la biblioteca dello zio materno. In uno di questi viaggi, a Parigi, trova su una bancarella, firmato con il nome di Álvaro de Campos, uno degli eteronimi del poeta portoghese Fernando Pessoa, il poema "Tabacaria", nella traduzione francese di Pierre Hourcade. Da allora Pessoa sarà per più...

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