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La zia marchesa
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La zia marchesa - Simonetta Agnello Hornby - copertina
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La zia marchesa Simonetta Agnello Hornby
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Descrizione

Sicilia fine Ottocento. Costanza Safamita è l'unica figlia femmina di una ricca famiglia di proprietari terrieri, tanto amata e protetta dal padre, il barone Domenico, quanto rigettata dalla madre. Con la sua chioma di capelli rossi e il suo aspetto fisico quasi "di un'altra razza", cresce fra le persone di servizio, fra l'orgoglio paterno del sangue e le prospettive alquanto ridotte della vita in provincia. Sarà lei, per volere del padre, a ereditare le sostanze e il prestigio della famiglia. Affronterà la mondanità palermitana e una vita coniugale in equilibrio tra l'amore per il marito e l'impossibilità di abbandonarglisi, saprà affrontare i capimafia e contenere lo sfascio della famiglia, in un mondo arcaico e barbarico, fotografato nel momento della fine.
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Dettagli

2013
Tascabile
11 febbraio 2013
336 p.
9788807881442
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Indice


Alcune frasi del romanzo

“Lu matrimoniu s’avi a fari o prestu o mai”

La nobiltà palermitana attraversava un periodo di rinascita, c’erano germogli di maggior cultura e responsabilità civica. Costanza doveva sposare un aristocratico e vivere a Palermo, frequentare i teatri, viaggiare, conoscere i suoi pari. Il padre le prospettò il matrimonio in questi termini: “Sei ricca e sarai padrona. Voglio per te un matrimonio combinato a tuo gradimento, così che tu sia felice, come lo sono stato io con tua madre”. Che scegliesse lei, l’avrebbe portata a Palermo per conoscere giovani nobili. Era stato lapidario: doveva avvenire presto, voleva morire certo che lei fosse sistemata. Costanza, alle cui orecchie il verbo “scegliere” suonava oscuro e minaccioso, doveva obbedire, e acconsentì.
Si mise in giro la voce che la baronessina Safamita, munita di una notevole dote, era pronta al matrimonio. Le parenti Trasi ebbero il compito di introdurla nella società palermitana. Decisero che bisognava innanzitutto rinnovarle il guardaroba e conzarla. Costanza andava a fare commissioni con le cugine e sopportava rassegnata le interminabili prove di vestiti, cappelli, scarpe. Era magrissima e le sarte imbottivano i corpetti ed escogitavano stratagemmi per renderla più graziosa. Nulla di strano: dalla veletta al guanto, dal tono di colore agli accessori più minuti era in gioco il teatro della femminilità, proprio quel teatro dal quale lei si era progressivamente ritirata. Costanza indossava diligentemente quello che era stato scelto per lei e intanto rimpiangeva i semplici abiti del lutto. Iniziò a frequentare i salotti di Palermo e a essere presentata a possibili buoni partiti, nonché alle loro madri. Quelle occasioni erano per lei atroci e umilianti. La sera a volte si addormentava piangendo e sognava che di notte i babbaluci uscivano da sotto il pavimento, si arrampicavano sui trispiti del letto, scivolavano fra le lenzuola e la avvolgevano in un bozzolo per riportarla a Sarentini.
L’indomani riprendevano le passeggiate alla Marina, le visite, inesorabili: lei era insieme merce e cliente. In quei momenti la martellava un ricordo del viaggio a Napoli. Aveva accompagnato il padre a un’asta di cavalli da corsa. I cavalli erano stati strigliati a perfezione per metterne in risalto la muscolatura. Ognuno aveva alla sua sinistra un garzone che lo controllava tenendolo per il morso, dovevano girare a passo spedito e a testa alta su una piccola pedana rotonda sotto gli sguardi critici degli acquirenti, mentre la voce stridente del banditore decantava le loro qualità. I migliori si vendevano pochi giri dopo, ma gli altri erano costretti a quel carosello fino alla vendita o all’ignominia di essere ritirati dall’asta. Storditi e disorientati dalle urla e dal continuo girare, questi tentavano di impennarsi, schiumavano dalla bocca, cercavano di abbassare il collo, per poi cedere alla stretta del morso tagliente. Riprendevano sconfitti la fiera postura richiesta per l’occasione, lo sguardo pieno di risentimento.
Costanza si paragonava a questi sfortunati. “Raddrizzati!”, “Non fare la faccia lugubre!”, “Sorridi, ogni tanto!”, “Su gli occhi, su gli occhi!” gracidavano le cugine. Lei tentava, ma inevitabilmente la timidezza aveva il sopravvento e Costanza faceva il suo ingresso nei salotti a testa bassa e spalle curve, come quegli infelici cavalli rimasti ultimi nel carosello. Girando e circolando fra gli invitati, le cugine le ammiccavano i giovani prescelti e le loro famiglie. Intuitiva osservatrice, Costanza si rendeva conto quando era sotto scrutinio e come quei cavalli cercava di opporre resistenza. Abbassava lo sguardo, ma intanto era come se udisse i suoi banditori d’asta invogliare le famiglie: “I feudi Mezzeterre, Zirretta, Malivinnitti, Canziati, mille salme di seminativo nelle Madonie, denari in banca, tutti i gioielli della madre e altro ancora...”. Costanza avrebbe desiderato polverizzarsi in un mucchietto di cenere.
Aveva paura – quasi la certezza – di non piacere e stando così le cose ogni incontro e conversazione erano destinati al fallimento.

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simoneabbafati
Recensioni: 5/5
LA ZIA MARCHESA

Affresco nitido e abbastanza ben riuscito della Sicilia ai tempi dell’Unità d’Italia. Al centro della scena, la vita aristocratica dell’epoca, indaffarata a rimanere a galla per mezzo di spartizioni di patrimoni ereditati, consolidamento dei propri poteri nei feudi agricoli, matrimoni di convenienza con la borghesia emergente. La famiglia della protagonista, Costanza, racchiude tutto ciò: infedeltà coniugali, cieche ambizioni, destinate a sfociare in odi profondi e arcaici, rivalità insanabili tra stessi consanguinei, vendette familiari. Costanza è la figlia del barone Domenico Safamita e la storia di questa famiglia ruota proprio attorno a questa bimba che possiede una peculiarità: capelli rossi, pelle bianchissima, efelidi. Ciò la rende diversa, additata, emarginata dalla stessa madre che le preferisce i due figli maschi più grandi. Al contrario, Costanza vive dell’amore profondo del padre e di quello della balia Amalia Cuffaro alla quale è affidata fin da neonata e che, insieme a Costanza, si alterna nella narrazione della storia e per lei sarà nutrice, madre, amica, proteggendola dalle malelingue e dalla violenza materna fino all'età adulta. Il romanzo mi è piaciuto nella trama, la storia è originale, il finale inaspettato, anche se forse troppo edulcorato persino nella sua tragicità. Il modo di scrivere della Hornby, della quale ho letto altri due romanzi, è sempre chiaro e scorrevole, benché a volte si perda in parecchi giri di parole con sovrabbondanza lessicale ed esagerate descrizioni di scene e ambienti, in una ridondanza barocca tipica dei siciliani.

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 BENITO SIMONI
Recensioni: 4/5
RAGIONE E SENTIMENTO

MI E' PIACIUTO

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SIMONI BENITO
Recensioni: 4/5
LA ZIA MARCHESA

L'HO TROVATO MOLTO INTERESSANTE, MA MI ASPETTAVO CHE CERTI VOCABOLI IN DIALETTO SICIGLIANO FOSSERO TRADOTTI IN ITALIANO COSI' COME I PROVERBI.

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Simonetta Agnello Hornby

1945, Palermo

Vive dal 1972 a Londra, dove svolge la professione di avvocato ed è stata presidente per otto anni del Tribunale di Special Educational Needs and Disability. Il suo primo romanzo, La mennulara (la “raccoglitrice di mandorle”) - pubblicato da Feltrinelli nel 2002 e ripubblicato sempre da Feltrinelli nel 2019 -  è stato un vero e proprio caso letterario, è stato a lungo ai vertici delle classifiche ed è stato tradotto in molte lingue, ricevendo nel 2003 il Premio Letterario Forte Village. Nello stesso anno, ha vinto il Premio Stresa di Narrativa e il Premio Alassio 100 libri - Un autore per l'Europa, ed è stato finalista del Premio del Giovedì "Marisa Rusconi". Tra i suoi titoli più celebri ricordiamo: con Feltrinelli...

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