Opera di grande introspezione e maturità, intrinsecamente attuale e senza tempo.
L' angelo della tempesta (Villette)
"Quella sera mi si rinsaldò nell'animo più fermamente che mai la convinzione che il Fato fosse di pietra, e la Speranza un falso idolo, cieco, senza sangue e dal cuore di granito." È la giovane Lucy Snowe a raccontarsi con queste parole colme di dolore. Rimasta senza parenti, casa e mezzi economici dopo un disastro familiare, accetta un impiego come istitutrice in un collegio femminile nell'immaginaria città di Villette. E lì conosce l'amore. Ma il suo non sembra essere un destino di felicità... Pubblicato nel 1853, "L'angelo della tempesta" è l'ultimo e il più autobiografico tra i romanzi di Charlotte Brönte: un testo di sorprendente finezza psicologica e dalle tonalità narrative che svariano dal lirico al gotico. Un libro molto ammirato da Virginia Woolf, che lo considerava superiore anche a "Jane Eyre"; da George Eliot, che vi ravvisava quasi un "potere soprannaturale". Postfazione di Lucio Angelini.
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Anno edizione:2016
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Formato:Tascabile
Recensioni pubblicate senza verifica sull'acquisto del prodotto.
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Valks 30 giugno 2024Ottimo libro
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L’ANGELO DELLA TEMPESTA 14 luglio 2016Lascia un commento Commento a “Villette” di Charlotte Bronte image “Villette”è la storia di un’insegnante inglese, Lucy Snowe, trasferitasi in Francia nel "pensionnat" di Madame Beck. È la storia di un destino segnato e votato alla sofferenza; difatti per Lucy esiste una rigida distinzione tra “vite benedette” e “viaggiatori che incontrano un tempo irregolare e burrascoso”, e come avevano capito molto bene i Greci, è impossibile e vano tentare di cambiare la propria sorte. Concezione di vita,questa, che può stonare a chi si ritiene invece “faber suae fortunae”. La tempesta sembra essere la condizione perenne in cui Lucy si trova a vivere, dalla sua fuga iniziale in Francia all’ultima battaglia che deve fronteggiare. Ma il messaggio intrinseco di questo capolavoro non è un invito a piegarsi e lasciarsi vincere dal dolore che tali tempeste possono portare, ma la sua accettazione, la fiducia della sua fine, il rialzarsi. Curioso che il nome della protagonista racchiuda in sé la sintesi estrema di tale filosofia. È infatti noto che inizialmente Charlotte aveva pensato di chiamarla “Lucy Frost”: Lucy Gelo. Ma no, Lucy non è gelo, è “il freddo paziente dell’inverno, la capacità di attesa”. Lucy è la ginestra leopardiana che si lascia attraversare dalla lava per tornare a ergersi, vincitrice nonostante tutto, confidando in disegni superiori noti solo a Dio. Lucy è l’angelo della tempesta, vinta ma non sconfitta, in ginocchio ma non a terra, l’eroina che nonostante tutto si emancipa diventando autonoma a dispetto dei pregiudizi sociali. Sebbene venga considerata una “nessuno” dal ceto ricco che trova concretezza nel controverso personaggio di Ginevra Fanshawe, non smette di valorizzarsi neanche un secondo, non accetta di essere considerata un’ombra, perché sa di non esserlo. Personalmente ho terribilmente amato Jane Eyre, ma la profonda analisi psicologica di cui è oggetto Lucy Snowe la rende una persona concreta, in carne e ossa, più reale che mai, tanto da avere la netta sensazione di averla effettivamente conosciuta. Siamo a conoscenza di ogni meandro della sua mente, ogni debolezza e ogni grande impulso. Abbiamo visto tramite i suoi occhi, ascoltato tramite le sue orecchie, abbiamo pianto con lei, il nostro cuore ha pulsato insieme al suo nella dolce scoperta dell’amore. Noi siamo stati Lucy Snowe, fino alla fine del romanzo.
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