Opera-mondo dalle stratificazioni vertiginose, "Solomon Gursky è stato qui" è il capolavoro in cui Mordecai Richler dispiega tutto il proprio armamentario stilistico: affilato, sfrontato, polifonico. Un romanzo labirintico, spiazzante, in cui l'autore non si limita a raccontare una saga familiare, ma la reinventa secondo i codici di una narrazione simultaneamente mitologica e caustica, picaresca e elegiaca, dove l’ironia – quella vera, adulta, impietosa – regna sovrana. Richler scrive con una libertà formale rara, quasi sfacciata, che gli consente di passare con nonchalance da un registro epico a uno grottesco, dalla cronaca d’appendice al pastiche biblico, senza mai smarrire la coerenza interna del suo universo narrativo. La sua prosa – sontuosa, cesellata, venata di uno humour talvolta ebraico, talvolta spiccatamente canadese – danza agilmente tra digressioni genealogiche e slanci poetici, ritratti caricaturali e brucianti introspezioni. L’apparizione-assenza di Solomon Gursky, personaggio-mito, irradia il romanzo di una tensione sotterranea: lo si cerca, lo si ricostruisce, lo si reinventa, ma sempre attraverso uno specchio deformante. E nel frattempo, la voce dell’autore si insinua ovunque, onnisciente ma mai autoritaria, come se fosse il primo a divertirsi in questo gioco di specchi, di doppi, di memorie apocrife e verità apocrife. "Solomon Gursky è stato qui" non è una semplice lettura, ma un’esperienza romanzesca totalizzante, che chiede intelligenza e restituisce vertigine. Un esercizio di stile nel senso più nobile del termine: non sterile virtuosismo, ma potenza espressiva.
Solomon Gursky è stato qui
A chi lo incensava come l’inimitabile cantore del microcosmo ebraico di St Urbain Street, Mordecai Richler rispose da par suo, e cioè facendo saltare il tavolo con questo romanzo, il suo penultimo. Qui il racconto abbraccia infatti due secoli, due sponde dell’Atlantico e cinque generazioni di una dinastia ebraica in cui tutto è smisurato: vitalità, ricchezza, lusso, inclinazione al piacere in ogni sua forma. Ma nessuna grande famiglia è senza macchia, e la macchia dei Gursky si chiama Solomon, rampollo in disgrazia che pare essere stato presente, come Zelig più o meno negli stessi anni, in tutti i momenti cruciali del ventesimo secolo – la Lunga Marcia, l’ultima telefonata di Marilyn, le deposizioni del Watergate, il raid di Entebbe. Solomon rimarrebbe tuttavia un mistero, se della sua fenomenale parabola non decidesse di occuparsi il più improbabile dei biografi, Moses Berger, ex ragazzo prodigio rovinato dal rancore, dall’alcol, ma soprattutto dalle sue stesse maniacali indagini intorno a un unico soggetto: i Gursky. I lettori di Barney avranno certamente riconosciuto gli ingredienti base di ogni Richler da collezione: a sorprenderli, stavolta, sarà la loro imprevedibile miscela. "Solomon Gursky è stato qui" è stato pubblicato per la prima volta nel 1989.
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Lingua:Italiano
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Recensioni pubblicate senza verifica sull'acquisto del prodotto.
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Pietro 15 ottobre 2025geniale
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MARCO OLIVA 07 marzo 2017
Opera pantagruelica, eccessiva e diseguale, in cui risulta molto alto il rischio di perdersi alla guisa di Moses Berger, talentuoso seppur incostante scrittore che ha sacrificato le incoraggianti prospettive del proprio futuro sull’altare di due ossessioni: quella per la bottiglia e l’altra (non meno pericolosa) per le sorti dell’inafferrabile Solomon Gursky, del quale si rivelerà incapace di terminare la biografia malgrado il materiale raccolto per un’intera carriera (sprecata?). Il passato ed il presente s’intrecciano costantemente sino a sovrapporsi ed apparire indistinguibili, in un magma narrativo che abbraccia due secoli e svariate culture, per tacer di una pletora di personaggi che si divertono a dissimulare beffardamente le proprie tracce nella mente del lettore. Insomma un romanzo ambizioso, disarticolato e talvolta incongruente eppure ben riuscito, forse proprio grazie alla sua imperfezione.
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