Scoperta quando era ormai ottuagenaria, Dolores Prato è stata un vero e proprio caso letterario: un’autrice con uno stile unico e in grado di superare qualsiasi confine ideologico, come testimonia la doppia anima comunista e cattolica che emerge nei pezzi proposti alle numerose testate con cui ha collaborato a partire dagli anni Cinquanta. Lo stile particolare di Prato, che caratterizza gli elzeviri urbani contenuti in questa raccolta, è frutto di un lungo lavoro di cesello linguistico e dell’adozione di un punto di vista inusuale, che viene a coincidere con quello della città stessa: devastata dal progresso, dall’avvento di turisti e pellegrini, dalle scelte sbagliate di politici senza scrupolo, Roma prova a resistere come può e Dolores Prato si fa portavoce di questa resistenza partecipandovi attivamente, con critiche e sferzate ai responsabili materiali del decadimento. Con un continuo avvicendarsi tra lo sguardo archeologico sulla città e il presente, tra la magia delle leggende e la precisione del dato storico, Prato restituisce ai lettori un’immagine completa della sua Roma, di com’era e di com’è diventata, di come si ostina ad essere quella che è sempre stata resistendo in elementi solo apparentemente marginali e insignificanti: il profilo dei pini, il riflesso dorato che resta aggrappato ai palazzi e alle chiese sul far della sera, il carattere orgoglioso dei trasteverini, il fiume che continua a scorrere placido nel suo alveo cittadino. D’altronde Roma sfugge da sempre a qualunque schema, a qualunque controllo, cambia per rimanere sempre uguale a se stessa, perché nella sua natura di crocevia di destini è insito quel carattere di eternità che la contraddistingue.
Roma, non altro
«Era un grande paese la Roma di Dolores Prato. Un grande paese o una piccola città addormentata nel verde. Rimpianta come una locanda a cielo aperto. Punto del mondo dov'era giusto passare senza insediarsi mai. E dove tante altre cose erano decise dal destino.» - Il Foglio
«Tutto e tutti hanno lavorato per sbriciolarla, eccetto il tempo che su Roma non ha eccessivo potere». Per Dolores Prato, Roma è città di nascita e d’elezione. Dopo l’infanzia e l’adolescenza trascorse a Treia nelle Marche, l’autrice sceglie di vivere nella «città eterna» e di renderla protagonista di numerose scritture, tra cui la serie di elzeviri raccolti in questo volume, proposti in gran parte a «Paese Sera» tra gli anni Cinquanta e Settanta. Sono pezzi accomunati da una lingua smagliante, una base di solida documentazione, uno sguardo inquieto sulle più rassicuranti vulgate. Spesso si concentrano sulla storia e la progressiva distruzione di monumenti, quartieri, feste, ricorrenze, vie di Roma, specie dopo l’elezione a capitale d’Italia. Questa città contro cui il tempo «non ha eccessivo potere» si rivela così vittima costante della breve stupidità dell’uomo, delle sue distruzioni celebrative e turistiche sotto cui pulsano motivi politici ed economici tra i più volubili e bassi. Agli occhi di Dolores Prato, la vera Roma tuttavia resiste, per via del suo «carattere prepotente», in zone voci e oggetti marginali (un albero, una nobile erbaccia, un sasso, una piccola strada, un muricciolo sbrecciato, un taglio di luce, un canto). Qui Roma irrimediabilmente contesta e supera il ruolo di capitale, sede di Giubileo, cera tra le mani di noncuranti speculatori. È Roma, appunto: non altro.
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Anno edizione:2022
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Anna 26 agosto 2026Roma che cambia per rimanere sempre uguale a se stessa
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ormos 28 febbraio 2023
Questa raccolta di scritti (per lo più articoli apparsi su “Paese Sera”) rappresenta un’ampia testimonianza dell’affetto che Dolores Prato nutriva per Roma. Come efficacemente sottolinea la curatrice Valentina Polci, i suoi articoli erano “digressioni sulla romanità e su Roma, o denunce, neanche troppo velate, di una città distrutta nel suo carattere universale innanzitutto dall’annessione, dal suo divenire capitale d’Italia, ma anche dal fascismo e dalla tendenza alla globalizzazione della società contemporanea”. Ne scaturisce dunque un ritratto dolceamaro, in cui ai fasti di una città imperiale si sostituisce progressivamente l’immagine di una “città qualsiasi”, e le tradizioni popolari perdono di significato soppiantate da una nuova romanità. Insomma, “un pezzetto alla volta, ora grosso ora minuscolo, Roma scompare”, e i romani “sono una minoranza che non fa neppure l’opposizione”. Pensare che questo decadimento è registrato già negli anni cinquanta fa riflettere su quanto poco sia stato fatto per recuperare il credito che Roma meriterebbe.
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