Cecità merita pienamente la sua fama. E forse il titolo originale restituisce ancora meglio ciò che Saramago costruisce: non soltanto un romanzo, ma una sorta di saggio etico sulla cecità, intesa ben oltre la semplice perdita della vista. La paura arriva innanzitutto da qualcosa di profondamente umano: cosa accade a chi, abituato a possedere le proprie facoltà e a governare la propria vita, si ritrova improvvisamente incapace di orientarsi nel mondo? E se non esistesse una cura? Se insieme alla vista si perdessero la casa, il cibo, la sicurezza, l'autonomia? È da questa paura che Saramago fa precipitare progressivamente ogni certezza. E poi c'è l'uomo, che da sempre si considera superiore al resto del regno animale. Privato della vista, però, si ritrova a confrontarsi con la propria componente più istintiva: la ricerca disperata del cibo, la sporcizia, le funzioni corporee, la violenza fisica e sessuale, l'abbandono. Gli esseri umani finiscono per muoversi come bestie, senza più riuscire a riconoscere nell'altro un proprio simile, ma un rivale per la propria sopravvivenza. Ed è qui che il romanzo diventa un'indagine spietata sull'etica: quanto rimane della morale di cui tanto ci vantiamo quando la necessità della sopravvivenza prende il sopravvento? Nel mondo del mal bianco, due occhi continuano a vedere. Ma vedere non è affatto una fortuna. La moglie del medico è costretta a guardare ciò che gli altri non possono vedere e, proprio per questo, assume una responsabilità che nessuno le ha chiesto. In un mondo che ha perso persino i nomi, lei continua a prendersi cura di chi non può farlo da sé. E allora arriva la domanda più inquietante: tutti diciamo che, se fossimo stati lei, avremmo scelto di vedere e aiutare. Ma ne siamo davvero sicuri?
Cecità
Saramago racconta la caduta e la cura, lasciando che le voci si sovrappongano come in un respiro comune, e la cecità che contagia i corpi non può che chiamare in causa la nostra distrazione morale: perché quando la luce si spegne non basta “vedere” – occorre guardare. È lì, in quella attenzione costante verso l’altro, che il romanzo apre la sua domanda più semplice e più urgente: che cosa ci conserva umani quando tutto intorno si fa opaco?
«Essere un fantasma dev’essere questo, avere la certezza che la vita esiste, perché ce lo dicono quattro sensi, e non poterla vedere.»
Prima un uomo al semaforo, poi chi lo accompagna a casa, poi il medico che lo visita: un bianco lattiginoso dilaga, improvviso e inspiegabile, negli occhi delle persone, e la città decide di isolare i contagiati in un manicomio abbandonato. Là dentro, tra brandelli di regole e paura, si raduna un piccolo gruppo che prova a salvare una forma di umanità: il medico oculista, la moglie che continua a vedere e tace, la ragazza dagli occhiali scuri, il vecchio con la benda nera, il primo cieco, un bambino terrorizzato. La fame detta gerarchie, il linguaggio inciampa, i passi imparano a fidarsi di una voce. Fuori, la civiltà vacilla. Strade e case si sfaldano, il cane delle lacrime fiuta il dolore e segue chi ha bisogno di lui. La donna che vede guida i compagni attraverso una città divenuta labirinto, dove ogni gesto – condividere o negare un pezzo di pane, riempire d’acqua una busta di plastica, tendere la mano per afferrarne un’altra, che cerca – decide da che parte stare.
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Autore:
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Collana:
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Anno edizione:2026
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Formato:Tascabile
Recensioni pubblicate senza verifica sull'acquisto del prodotto.
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Ely 10 settembre 2026Un saggio sulla cecità
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Maria Rita 25 agosto 2026Uno dei libri più belli mai letti
Una storia potente, un lavoro di sottrazione per raccontare in modo incisivo ed essenziale un mondo dove la maggior parte delle persone ha perso la facoltà di vedere. Una storia che fa riflettere sulla nostra società e sull'essere umano.
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Maria Rita 29 luglio 2026Da leggere
Sto recuperando tutti i libri di Saramago, Il suo modo di raccontare le fragilità umane, le contraddizioni della società occidentale, la sua scrittura ipnotica. Questo libro racchiude tutto questo e molto altro ancora.
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