Indubbiamente un libro da leggere. Il protagonista ha una personalità palpitante, che va al di là dell'immagine stereotipata dell'uomo che vive per "la roba". Lavora per una vita intera, è legato ai beni materiali ma non dimentica nè la propria famiglia d'origine nè il senso di umanità che lo porta a fare del bene, sposa una donna che gli si nega e che a sua volta è stata privata di un altro amore, accetta una figlia non sua di cui tuttavia sacrifica i sentimenti, crede di poter disconoscere due figli illegittimi e di metterne da parte la madre . Muore solo, da vinto. Si avverte, soprattutto nella prima metà del libro, tutta la tensione per arrivare alla compiutezza linguistica, sforzo che purtroppo si traduce in mancanza di fluidità: il ricorso ai toscanismi, ad esempio, risulta sovente non perfettamente gestito.
La presente edizione del Mastro don Gesualdo si pone come lo strumento più utile per comprendere il farsi della scrittura verghiana, per valutare la sua evoluzione ed i suoi esiti finali. Attraverso il ricco commento, il testo definitivo dell'opera viene continuamente confrontato con la prima redazione del romanzo. La stessa prima redazione viene presentata in appendice al volume.
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Anno edizione:2005
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ANDREA FORESTIERO 08 marzo 2017
Si può davvero pensare di sconfiggere il destino? Può il duro lavoro, l’accumulare soldi e potere cambiare la propria condizione sociale? Secondo Verga no. Come già accaduto con “I malavoglia”, anche nel secondo libro del “Ciclo dei Vinti”, abbiamo a che fare con un protagonista che cerca in ogni modo, anche compiendo azioni poco lusinghiere, di elevare il proprio rango sociale e mettersi alla pari con signorotti e nobili decaduti del proprio paese. Non ci riuscirà mai, anzi, resterà vittima della propria avidità (materiale e sentimentale) fino alla fine. Capolavoro della letteratura italiana. Lo consiglio a tutti.
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NADIA MOZZILLO 05 marzo 2017
Seconda tappa dell’inconcluso ciclo dei vinti, questo romanzo è l’emblema del vincente sconfitto. Gesualdo sogna denaro e l’ottiene. Sogna di entrare nella nobiltà e l’ottiene. Ma sono i suoi sogni a essere sbagliati, e pur ottenendo ciò che vuole, non può fare a meno di essere infelice, divorato da un matrimonio di convenienza che non porta amore, da una figlia che si vergogna di lui, da un attaccamento alle cose che – necessariamente – non può essere salutare. Un uomo che pur avendo ottenuto ciò che vuole, almeno in parte, non può che essere uno dei più tristi vinti della nostra letteratura.
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