Sergio Tofano, noto ai più come l'autore del fumetto dello stralunato Signor Bonaventura, impegnò la maggior parte della sua vita nella recitazione, cominciando giovanissimo. A poco più di vent'anni entrò nella compagnia di Ermete Novelli, eccellenza del teatro nazionale, ed ebbe così modo di studiare con tutta calma e da vicino i fenomeni e le usanze tipiche di quel mondo particolarissimo. In questo libro Tofano racconta tutto ciò che sa e lo fa con il suo stile dirompente e a tratti perfino esilarante, avendo cura di dettagliare quanto più possibile i fatti e di ripescare aneddoti fra i più bizzarri ed esemplificativi di una realtà parallela a quella del mondo 'reale', al di là cioè del palcoscenico. Non solo attori e dive vengono presi di mira, ma anche suggeritori, trovarobe, affittacamere e, perchè no?, anche il pubblico. Un Tofano meno noto, questo, ma ugualmente godibile.
Il teatro all'antica italiana
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I titoli, a volte, ingannano. Tanto più quando alludono a qualcosa di cui si è del tutto persa la memoria, come il teatro dei primi decenni del Novecento
Sergio Tofano, che ne è stato un grande protagonista, riesce infatti, miracolosamente, a trasformarlo in oggetto non già di uno studio tecnico e solenne, ma di una rievocazione affabile e appassionata, sapiente e arguta, appena attraversata da uno spiffero di nostalgia. Una rievocazione che del teatro d'anteguerra ci fa conoscere dall'interno non solo gli incantevoli e spesso ignoti protagonisti (direttori di compagnia, gigioni e mattatori, caratteristi, importatori, suggeritori e portaceste), ma l'intero sistema di lavoro e l'esistenza più intima: i copioni acquistati in Francia e tradotti con tanta fretta e imperizia da pullulare di dialoghi del tipo: «E scappato un ladro», «Ritenetelo, ritenetelo!»; i repertori dove si mescolano senza alcun intento programmatico D'Annunzio e Feydeau, Sardou e Ibsen, Cechov e Nino Berrini, teatro classico e digestivo, tragedia e Grand-Guignol; la voce di velluto di certe attrici, una recitazione in cui «le parole d'amore parevano squagliarsi in bocca come pasticche», e poi la carrettella e la padovanella, infallibili espedienti per strappare l'applauso; i lunghi viaggi in treno con la sporta delle vettovaglie, le stanze in affitto e i camerini inospitali e maleodoranti, eppure amati come si può amare «il guscio cui si è attaccati». Senza dimenticare il pubblico: appassionato, entusiasta, capace di un vero tifo da stadio - e di un fervore cui Tofano rivolge tutto il suo rimpianto. Con una Nota di Alessandro Tinterri.
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Anno edizione:2017
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